L’Assessore e il Consigliere. Gli uomini di mondo della Politica Lucana

Sono due rampolli, due possibili teste per una poltrona da governatore.
Vi presentiamo l’assessore regionale Luca Braia e il consigliere regionale Piero Lacorazza. Vengono da strade diverse, il consigliere è un potentino doc, il classico “ragazzo” cresciuto a pane e politica, presidente della Provincia prima e poi subito in Consiglio Regionale come Presidente del Consiglio. Rimesso dopo poco alla poltrona da consigliere è finito a fare tutto da solo. È uomo forte della sinistra più rossa del PD lucano, vive perennemente in giro per i comuni della Basilicata, ama stare tra la gente.

L’altro è, come da copione, il suo contraltare: materano doc, viene da esperienze di giovane imprenditore (presidente dei giovani imprenditori materani), perito informatico ed esperto di marketing e comunicazione, consigliere tra i Sassi con l’Ulivo, poi in via Verrastro. Dopo una breve esperienza come assessore alle infrastrutture, dalla primavera del 2015 si è ritrovato a promuovere il brand Basilicata in giro per il mondo come Assessore alle Politiche Agricole.

Lacorazza invece è un uomo solo nel marasma del PD lucano. Nell’ultimo periodo, in vista delle prossime elezioni regionali, alcuni danno l’Assessore come possibile futuro candidato governatore, altri considerano il Consigliere come uno di quelli di cui Pittella si libererebbe volentieri dato il suo rapporto molto stretto con il governatore pugliese Emiliano. Questo dualismo è sicuramente uno dei più interessanti all’interno del Partito Democratico lucano in vista del congresso regionale che si dovrebbe tenere in novembre.

Non c’è però dubbio che i due ci sanno fare: hanno visitato molti posti, hanno avuto a che fare con la gente più diversa e sanno il fatto loro. Braia nell’ultimo anno è stato a Bologna, a Berlino, in Piemonte, perfino ad Astana per l’Expo. È in giro per ogni convegno della Basilicata sempre davanti ai flash dei fotografi e sempre con i nostri prodotti tipici in primo piano. Lacorazza invece è la vera opposizione interna al PD, membro attivo della fondazione “Basilicata Futuro”. La sua è una scelta diversa, vuole essere protagonista delle piazze aperte e, con il suo “riscatto”, cerca un racconto diverso da presentare ai lucani. Insomma, entrambi hanno un bel bagaglio d’esperienza e conoscono bene quello che ci vogliamo sentir dire; sono uomini di mondo come direbbe Totò ma, nonostante facciano parte della stessa “squadra” politica, appaiono come gli estremi di un modo tutto nuovo di presentarsi alla gente.

In comune hanno poco, le pochissime uscite sulla questione del petrolio oltre che l’uso che fanno di Twitter con gli “angeli custodi” che li aiutano sul social dell’uccellino: due donne. Per l’assessore Braia c’è la brillante calabrese Caterina Policaro, segretaria particolare dell’assessore, professoressa, blogger (Catepol) e attivissima (come si definisce sulla bio di Twitter) Social Media Observer. La Catepol è una grande comunicatrice, è una vera maestra nell’uso dei social e la sua mano esperta si vede benissimo nelle scelte comunicative molto efficaci dell’assessore Braia.

Per il consigliere Lacorazza c’è la policorese Vittoria Purtusiello, ingegnere specializzata in questioni ambientali con la politica nel sangue e l’intenzione di diventare una professionista della politica (ora candidata alla segreteria regionale del PD). Renziana agli inizi, è stata l’unica under 30 alle primarie PD per il parlamento nel 2012. Non eletta, ha cambiato squadra diventando coordinatrice lucana sostenendo il “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre. La Purtusiello è meno popolare sul web della Policaro, meno impegnata in rete ma molto ben inserita negli anfratti della politica regionale. Ha un suo seguito specie in regione, ed è sempre attenta e attiva nel rilanciare le idee e le proposte del Consigliere che da qualche tempo segue come un’ombra.

L’Assessore e il Consigliere sembrano essere i nostri politici più in vista sia in piazza che sul web: sono quelli che girano e stringono mani, sono quelli sempre attivi sui social network e sono sempre pronti a prendere la parola per rispondere alle più svariate esigenze della nostra Lucania. Sicuramente il loro obiettivo è lo stesso: far il bene della Basilicata senza che venga meno una bella poltrona su cui sedersi. È la dura vita del politico professionista, entrambi lo sono ma uno solo po- trà dettare la prossima agenda, sempre che Pittella voglia. Chi avrà scelto la giusta strategia?

Le ultime battaglie

L’assessore Braia. Dopo aver puntato tutto sulla fragola, si è ritrovato con un raccolto non capace di sostenere la grande campagna marketing messa in tavola. Ora punta tutto sul vino in un comparto che vede l’Aglianico all’ultima spiaggia per un rilancio a vitigno di qualità per una nicchia di esperti. Grande diffusore di hashtag, vorrebbe fare sistema in ogni sua iniziativa ma salta continuamente da un prodotto all’altro senza dare troppa continuità ai progetti di cui si fa “capitano”. Ambasciatore che non vuol portar pena.

Il consigliere Lacorazza. Paladino del ‘”riscatto” (da una sua idea, forse l’unico politico ad aver visitato tutti e 131 i comuni della Basilicata), è la vera opposizione politica all’egemonia di Pittella in regione. Lancillotto di Emiliano fuori dalla Puglia, è pronto ad opporsi ad ogni iniziativa del PD nazionale, prima contro le trivelle in mare poi con il “no” al referendum costituzionale. È pronto a discutere di tutto, uomo delle mille interrogazioni ed emendamenti in consiglio, come ogni buon “rosso” che si rispetti è un oppositore nato. Sicuramente punterà a una poltrona tra regione o forse nelle liste per le politiche: stacanovista rosso.

‘Conversazioni Radiofoniche’, l’ultimo Ungaretti inedito in Italia

Nel 1972, con il titolo “Propos improvisés”, a cura di Philippe Jaccottet, l’editore Gallimard pubblicava queste 12 conversazioni radiofoniche tra Ungaretti e Amrouche. Ora la casa editrice lucana Universosud riporta in Italia queste conversazioni.  Nel prossimo numero di Southern Magazine il nostro Daniele Brancati incontra Hamza Zirem per parlare di questa importante pubblicazione.

 

Daniele Brancati intervista Hamza Zirem – foto di Donato Palumbo

Una piccola casa editrice e tanta voglia di stupire e regalare ai lettori italiani un’opera inedita in italiano che racconta di uno dei grandi della letteratura italiana Giuseppe Ungaretti.

Più di quarantasei anni dopo la morte del grande poeta italiano, la casa editrice lucana Universosud, pubblica per la prima volta in italiano queste straordinarie testimonianze, realizzando un desiderio del poeta più volte manifestato a Leone Piccioni, critico letterario, studioso e allievo di Ungaretti.

L’opera raccoglie 12 conversazioni radiofoniche in cui il grande poeta italiano ripercorre diversi momenti della sua vita e analizza le sue liriche. Per la prima volta edito in italiano grazie ad Antonio Candela editore di Universosud, al lavoro dello scrittore algerino Hamza Zirem e Dott.ssa Filomena Calabrese. .

In questa importante testimonianza Ungaretti ripercorre diversi momenti della sua vita, analizza le liriche legate alle sue varie esperienze e affronta tematiche di vasta portata (l’infanzia in Egitto, i suoi incontri a Parigi con Apollinaire, Modigliani e i maggiori esponenti delle avanguardie, la scoperta dell’Italia, il dolore, la guerra, il barocco…). ‘Conversazioni Radiofoniche’ verrà presentata in anteprima il 29 settembre al Liceo Duni di Matera all’interno del Women’s Fiction Festival 2017.

Il nostro Daniele Brancati ha incontrato Hamza Zirem per un’intervista (completa sul prossimo numero di Southenr Magazine ndr) un viaggio nella scoperta di queste pagine inedite in Italia: dalla traduzione, alla collaborazione con la Dott.ssa Calabrese fino allo scambio epistolare con Leone Piccione.

La bellezza e l’importanza di ‘Conversazioni radiofoniche’ risiede sicuramente nel fatto che il testo ci avvicina a due importantissimi uomini di cultura del ‘900, ma soprattutto, a nostro parere, nel fatto che Jean Amrouche, dall’alto della sua vastissima cultura e acuta sensibilità, conduce Ungaretti, uno dei massimi autori italiani del novecento letterario, ad esplorare la propria vita e la propria poesia”.

 

#ValdOil: Quale destino per il petrolio di Tempa Rossa

Il petrolio lucano di Tempa Rossa non trova pace e neanche una destinazione definitiva, in Puglia la situazione sembra più delineata, l’idea che arrivi altro petrolio alle raffineria di Taranto non piace ai cittadini e Eni, che dovrebbe accelerare l’iter per l’autorizzazioni, latita.

Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa è di nuovo al centro di una battaglia politica tra Basilicata e Puglia, la questione si fonda sul ritardo per le autorizzazioni per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio. In poche parole a Taranto associazioni e cittadini stanno facendo di tutto per respingere il petrolio mentre i francesi, che non vogliono abbandonare la Puglia, sono preoccupati e guardano ad un piano di riserva che prevede le autobotti e una possibile destinazione verso Roma.

Impianto di Tempa Rossa di proprietà per il 50% di Total, il 25% di Shell e il 25% di Mitsui

Manca la solidarietà di Eni?
Come scrive Total sul proprio sito italiano il giacimento di Corleto di Tempa Rossa avrà una capacità produttiva di circa 50mila barili al giorno e “beneficia della vicinanza di infrastrutture esistenti, distanti 8 km”. il gas viene convogliato alla rete locale di distribuzione SNAM. Il Petrolio invece segue la strada di una condotta interrata fino all’oleodotto “Viggiano-Taranto”, oleodotto con un diametro di 51 cm e lungo 136 km (di cui 96 in Basilicata) che collega le installazioni petrolifere della Val d’Agri alla Raffineria di Taranto, suo terminale di esportazione.  Ed è qui che entra in gioco l’Eni, proprietaria degli impianti della città dei due mari. Secondo i regolamenti della direttiva Seveso, l’arrivo a Taranto dei 50mila barili di Total devono essere anticipati da un rapporto sui rischi di incidente rilevante e questo deve essere presentato sei mesi prima dell’avvio del greggio dal gestore, in questo caso proprio Eni. Ad oggi non risulta nessun rapporto della compagnia italiana e i lavori a Tempa Rossa sono quasi terminati con l’inizio delle attività previste per i primi mesi del 2018.

Il Piano di riserva dei francesi
Se Taranto fa muro Roma fiuta l’affare e allora il nuovo petrolio lucano del giacimento di Gorgoglione potrebbe prendere un’altra strada: quella della raffineria della capitale di proprietà dei francesi di Total che però vedrà finire i lavori di adeguamento non prima della primavera 2018.
Per arrivare a Roma però, il petrolio dovrà prendere la via della gomma e quindi ecco spuntare il piano di riserva e il ritorno delle autocisterne. Secondo il sindaco di Corleto (come riferito ai colleghi de lasiritide.it) “risulta che il numero di autobotti non sia esattamente quello diffuso”, e questo è vero perché il numero sarebbe superiore alle 170 autobotti al giorno. Facendo infatti un calcolo veloce, le autobotti trasportano circa 25mila litri, 50mila barili al giorno sono circa 8milioni di litri che divisi per i litri di capienza di un’autobotte fanno più di 300. Ma se Total ha intenzione di trasportare meno petrolio rispetto a quello che si può lavorare a Tempa Rossa allora i numeri potrebbero tornare.

Il nostro è un calcolo approssimativo ma i numeri sono chiari e sono stati scritti nero su bianco sulla Valutazione d’impatto ambientale presentata da Raffineria di Roma spa. Questo (pagina 54 del documento scaricabile qui ndr) prevede di realizzare “modifiche impiantistiche presso il deposito di Pantano di Grano per l’implementazione di un sistema di ricezione, stoccaggio ed esportazione del greggio estratto dai giacimenti Tempa Rossa.” Nello specifico, come è possibile leggere nei documenti di sintesi, si “prevede la possibilità di garantire il transito settimanale di circa 22.950 metri cubi di greggio provenienti dal centro trattamento oli di Corleto di Perticara in Basilicata. Il trasferimento del greggio avverrà tramite autobotti e isocontainers, per un numero stimato massimo giornaliero di 170 mezzi aventi capacità di 30 metri cubi, che saranno caricati a 27 metri cubi. Dal deposito di Pantano di Grano, il greggio sarà quindi inviato, attraverso il reparto costiero di Fiumicino su nave a mezzo delle infrastrutture esistenti.”

Mappa dei giacimenti petroliferi in Basilicata

L’eterna lotta da Puglia e Basilicata
Un piano di riserva che per le sue problematiche logistiche non piacerà sicuramente ai francesi e così la questione non può far altro che prendere la strada della politica per un nuovo capitolo dell’infinita lotta tra francesi e italiani. Il tutto è nelle mani del Governo centrale mentre l’aria diventa sempre più pesante in un’altro conflitto politico molto di moda negli ultimi tempi quello tra Basilicata e Puglia.

Emiliano sembra fare muro contro le pretese francesi mentre dal ministero le voci parlano di un malumore del ministro che vorrebbe il governatore Pittella nel ruolo di mediatore nei confronti del collega pugliese. I rapporti tra i due però non sono dei migliori e la tensione sale, se Emiliano non si smuove il malumore in via Verrastro cresce perché il ritardo significa posticipare gli incassi e dopo i fatti della primavera del 2016 il petrolio così come le royalty, vera linfa dei progetti politici lucani, non scorre più come una volta.

Mater Lucania, l’ottava sorella?


Lo sfruttamento petrolifero in Basilicata ha bisogno di nuove regole sia per i limiti alle estrazione che per la gestione delle royalties.

Quando nel secondo dopoguerra Enrico Mattei coniò l’espressione “Sette sorelle” voleva indicare la forza del cartello petrolifero che non permetteva all’Italia l’indipendenza energetica. Oggi, con altri numeri e con altre valenze, all’interno dei confini del Belpaese la parte della vittima sacrificale spetta alla nostra regione.

Negli ultimi vent’anni infatti, la Basilicata ha subìto, senza batter ciglio, le decisioni delle compagnie petrolifere e delle loro pretese sulle concessioni. A noi resta la colpa più grande: non aver controllato. Nell’ultimo periodo però qualcosa ha cambiato verso, solo grazie alla volontà cieca dei “comitatini” di cittadini, che una lieve scossa hanno dato anche alla politica lucana. Ma i risultati sono sempre pochi e la forza di opporsi è sempre debole rispetto al potere delle “oil corporations”.

Gli idrocarburi però esistono e non possono essere trascurati o non sfruttati, sono una risorsa se il fine non è il mero profitto ma la tutela del territorio che per un periodo limitato ospita le compagnie e i loro affari. Così come non possono più reggere royalties distribuite a pioggia senza una vera programmazione di compensazione ai progetti di sfruttamento. La Val D’Agri avrebbe potuto essere una valle dell’Eden e invece è una valle dell’oil, avrebbe potuto essere parte di un disegno di progresso agricolo, ma questo è stato completamente spazzato via dall’inefficienza dei sistemi di salvaguardia.

Per molto tempo c’è stato chi parlava di una possibile convivenza tra anima contadina e speculazione energetica, ma senza un protocollo preciso per le restrizioni alle trivellazioni senza limiti: non ci resta che pregare le nostre Madri e lottare contro i mulini a vento (che poi sono infinite pale impossibili da contare).

La Basilicata resta una terra da scoprire e i suoi mille volti e le mille anime sono trasportate dal suo essere legata fortemente alle tradizioni contadine e al culto mariano: Viggiano, Matera, Calvello, Avigliano, San Severino, Grumento Nova e tanti altri paesi sono luoghi in cui il culto esprime il massimo del proprio valore religioso e umano. Questi sono il segno più forte di un rispetto incondizionato della fertilità e dell’amore per la nostra terra.

La nostra è indubbiamente una provocazione fatta però nel rispetto delle Madonne e della forte religiosità lucana. Dai loro santuari le Sorelle Madri ci chiedono di proteggere le loro montagne e noi fin ora abbiamo solo chiesto miracoli. Le Sorelle della Basilicata ci osservano, e se non possono piangere è perché non possiamo aspettarci miracoli fin quando non rialziamo la testa e cominciamo a lottare per noi e per i nostri figli. Una sola condizione è imprescindibile: la rinegoziazione delle regole dello sfruttamento.

Restiamo umani anche nella lotta, restiamo lucani riportando alla memoria quella che è la nostra storia, siamo contadini e briganti, siamo lucani incattiviti e stanchi.

Critica della ragion turistica

“Lo spettacolo è il capitale giunto a un tale livello di accumulazione da divenire immagine.”

[Guy Debord]

Lo sappiamo bene, viviamo in un mondo d’immagini. Ma, a ben vedere, sappiamo cos’è un’immagine? Dovrebbe essere un sostituto di un oggetto, d’un paesaggio, d’una persona. In noi l’accettazione dell’immagine del mondo prende sempre più il sopravvento rispetto allo sforzo di conoscerlo e viverlo di persona. Inoltre, grazie alla rete mediatica globalizzata, la velocità di diffusione delle immagini ha assunto un’accelerazione prima impensabile, ed è divenuta onnipresente all’interno di un ambiente tecnologico ormai planetario.

La pubblicità, la televisione, i nuovi media onnipresenti, sostituiscono l’illusione di conoscere tramite immagini preconfezionate allo sforzo di comprendere davvero. Il meccanismo dove si evidenzia più chiaramente questo processo di spettacolarizzazione del mondo è il fenomeno del turismo. Il dispositivo subdolo che governa gli spostamenti di un turismo da intrattenimento di massa è celato ma non del tutto invisibile. In virtù di questo si può soltanto ritrovare l’immagine ricevuta prima di una partenza: non si conosce, si verifica o giustappone, giacché le immagini prima di partire dilagano sui muri e sugli schermi tutt’intorno a noi.

Il viaggio, da un confronto con l’ignoto e la diversità qual era, diventa ben presto una sorta di verifica: per non deluderci, la realtà ritrovata all’arrivo del nostro spostamento dovrà assomigliare all’immagine che abbiamo ricevuto in partenza. Questo turismo si riduce allora alla visita di una finzione popolata di falsi altri, di copie di copie. Il problema cruciale è che in un’epoca in cui le copie assomigliano sempre più agli originali (anzi, a volte paiono meglio degli autentici perché più edulcorate e attraenti), il confine tra originale ed artefatto è sempre più impercettibile e alla fin fine si finisce con amare il simulacro in luogo dell’originale di cui si presume si fosse alla ricerca. Si sa che oggi le distanze tra un luogo e un altro del pianeta si sono enormemente accorciate.


di Raffaella Femia

I siti posti in comunicazione fisica, tuttavia, si sono allo stesso tempo allontanati, e ciò nella misura in cui un’umanità in costante movimento – ma dalla coscienza chiusa o non abbastanza matura – si è rapportata ad un’alterità culturale alla quale non era pronta. La figura tragicomica di questa dinamica è quella del turista: egli, giungendo in un luogo, non lo conosce – o si sforza personalmente di conoscerlo –, ma gli sovrappone l’immagine che ne ha ricevuto a casa, all’agenzia di viaggi o sullo schermo del computer: si ritrova in un ologramma edulcorato. Assistiamo così alla perdita della singolarità di cui i luoghi sono pervasi: il turismo diventa pericolosamente una sorta di appiattimento e svuotamento di senso originario. L’omologazione, insomma, è la penale che deve pagare la diversità quando è offerta o conosciuta con approssimazione.

Questa turistica fatalità si compie tanto più radicalmente quanto più, nel contatto con l’alterità di un luogo, non lo riconosciamo come tale – cioè altro – , ma gli giustapponiamo la maschera che desideriamo e che meno ci disorienta. Non rispettandone né l’identità né la località, lo annientiamo: per noi non esiste più un luogo con la sua specificità, bensì un non luogo. Certo, quella descritta è una delle possibili dinamiche di formazione del non luogo; esso non è tale perché sorge senza l’identità storico culturale che fonda appunto il luogo, ma è tale perché lo è diventato a posteriori: ridotto a mera coordinata geografica spettacolarizzata la cui immagine è prezzata come un prodotto in busta di supermercato – comprabile col denaro ma svuotato del proprio valore originario.

Nella Basilicata da scoprire chi misura la sostenibilità?

Blogger di “Punto e Basta”

Nella Basilicata dell’energia, dell’eolico e del petrolio, del mare e della montagna, dei sassi e del turismo sostenibile, manca una misura sulla sostenibilità e su quello che dovrebbe significare essere “sostenibili”


Dagli spot televisivi alle politiche del G7, ormai tutto parla di “sostenibilità ambientale”, ma quanto fumo a coprir l’arrosto?

Fare un’analisi senza numeri reali non è facile, figuriamoci con l’UE un po’ distratta. Partendo dal “macro” ed andando verso il locale, gli accordi sul clima e la sostenibilità ambientale non sono dotati di un vero regime sanzionatorio per gli inadempienti: il tutto è fatto praticamente in autocontrollo.

L’Europa sulle infrazioni e i danni ambientali arriva con una differita di anni, se non decenni, come nel caso delle discariche lucane multate dalla UE dopo decenni di traffici di rifiuti anche radioattivi, come per la Ecobas di Pisticci, immersa nei calanchi con nel ventre chissà cosa.

Oppure come per il Pertusillo, ove, già nel 2010, enti pubblici refertavano in apposite conferenze di servizi e problemi sulla potabilità dell’acqua, ma ancora ad oggi la UE aspetta prove, ancora non si sa su cosa. E poi, bypassando le responsabilità di governi e ministeri, arriviamo alla “sostenibilità” della Regione Basilicata, sbandierata ai quattro venti all’EXPO di Milano.

La Basilicata è sostenibile perché: incentiva l’eolico, incluso il mini-eolico, per lustri, con giunte che a seduta approvavano anche fino a tre-quattro parchi eolici, il tutto senza avere ancora un piano di tutela del paesaggio lucano.

Questa lucania può esserlo perché come diceva un “assessore-tecnico”, «…agricoltura e petrolio possono convivere…», basta non saper fare i controlli né per i fitofarmaci sulla prima né quelli ambientali sul secondo, tanto la bugia è sostenibilissima, soprattutto se si fonda un’agenzia per il controllo (Arpab) nel 1997, che ad oggi ancora denuncia una mancanza di personale e mezzi. La Basilicata è sostenibile perché nelle aree a vocazione agricola non abbiamo ancora un piano regionale per il controllo dei fitofarmaci in falda, nelle aree industriali le falde non si sa chi e come le controlla;


di Ilaria Laurenzana

i fiumi, soprattutto presso le foci, hanno visibilmente perso tracce di vita, soprattutto nella fauna ittica.

I controlli sanitari sulle sorgenti e le acque minerali secondo l’ASM non sono visionabili dal cittadino, idem per gli altri alimenti controllati dalle aziende sanitarie; una trasparenza la cui sostenibilità è difficile da intravedere.

La Basilicata resta sostenibile nelle divisioni sociali: i sindaci locali ammettono di non conoscere elenchi e criteri delle assunzioni in ENI e indotto, di conseguenza è sostenibile una polarizzazione sempre più incisiva dei poveri (tanti, malati ed esclusi da vita politica e sociale) a fronte di pochi ricchi, che possono fare politica, lobbing, spostare voti e, in alcuni casi, intercettare bandi e appalti.

La Basilicata è sostenibile perché la mafia è tanto invisibile (per gli ipovedenti) quanto efficace e strategica, definibile “bianca” secondo alcuni, anche se il nero petrolio le si addice di più. Sostenibile è una giustizia fatta di giudici “made in Basilicata”, e di prefetture che rilasciano le interdittive antimafia ad affari finiti.

La Basilicata forse lo è nel turismo un po’ genuino, un po’ politicizzato, un po’ campanilista, un po’ radical chic alla Matera 2019, dove, mentre nella città alta guardano alla cultura come bene materiale d’importazione, sotto nella Gravina si scarica la fogna da anni, in uno scorcio di paradiso patrimonio UNESCO.

A tutto questo non c’è cura perché tutto sommato non si ribella in massa, uno spazio dove qualche avanguardia fattiva si adopera e reagisce, mentre la massa aspetta di vedere come va a finire la lotta delle avanguardie, anche perché in paese si sa, meglio non farsi nemici.

È una sostenibilità della legalità a fasi alterne: dalla lotta agli allacci idrici abusivi di Acquedotto Lucano, che tuttavia non si tutela dall’inquinamento e rigurgita la propria acqua priva di un piano di tutela da oltre un decennio; dalla forestazione come ammortizzatore sociale alla cementificazione stellare dei suoli nei piccoli comuni, come Corleto Perticara. Dallo spopolamento senza colpevoli a cui dovrebbero rimediare i politici alle nomine politiche in tutti i settori; dal reddito di inserimento pagato con le royalties al ridimensionamento della sanità, in una regione ove lo stato di salute dei cittadini migliora sempre più; dalla legalità “prima di tutto” alle inchieste per disastri ambientali e traffici illeciti di rifiuti; dalla libertà di stampa ai parenti della politica in RAI.

Oggettivamente di sostenibile cosa c’è in Basilicata? Amara ironia a parte, facciamo il biologico vicino industrie e discariche, facciamo l’intensivo accanto a riserve e aree protette, i depuratori comunali non funzionano in molti casi, e il petrolio è un bene incontestabile sempre e comunque. Forse la verità in Basilicata è il primo bene non sostenibile, per i colpevoli, ma sarebbe la base del tutto.

Per fortuna sangue giovane ed esperto come quello che alimenta Southern Magazine è un faro nella notte, giovani formati ed agguerriti, liberi, che credono contemporaneamente nella stampa come nel web, un miracolo sostenibile, soprattutto se noi lettori daremo loro una mano concreta.
Ma allora questa Basilicata è proprio insostenibile. Cerchiamo risposte.

La Calata

«Me ne torno giù». Da Roma ad Albidona a piedi. “La Calata” di Michele Laino.

«C’è chi resta e chi torna perché invece crede, molto semplicemente, che giù si possa vivere e si possa fare tanto».

Per molti giovani che vanno via dalla propria terra in cerca di lavoro e di maggiori opportunità, ce ne sono altri che restano e ce n’è uno in particolare, il 27enne laureato in fisioterapia Michele Laino che, dopo 8 anni vissuti a Roma, ha deciso di tornare in Calabria, ad Albidona, nel suo paese di origine. Un caso in cui non solo non si parla di “fuga dei cervelli” ma di un ritorno nella maniera più “lenta” possibile. Michele ha deciso infatti di percorrere circa 640 km a piedi, da Roma ad Albidona attraversando 4 regioni e 31 paesi. “La Calata” è il nome che il giovane ha deciso di dare alla sua impresa solitaria che è partita il 19 aprile da Piazza San Pietro. Il viaggio si è snodato sulla via Appia per poi giungere sulla SS92, fino ad Albidona, ed è terminato il 29 maggio scorso nella piazza del suo paese natio, accolto dall’abbraccio della sua comunità e da una folta rappresentanza di alcuni centri da lui visitati. Ad attenderlo il premio speciale “NOSTOS 2017” ideato dal comune cosentino che, come ribadito dal Sindaco di Albidona, vuole essere il primo di una lunga serie di riconoscimenti per futuri ritorni.
Ma perché Michele ha deciso di tornare nel piccolo centro dell’Alto Jonio nonostante la sua vita lavorativa soddisfacente, in una realtà in cui i dati della disoccupazione giovanile sono sempre più allarmanti? «Tornare – ha spiegato – significa, obiettivamente, reimmergersi nello stesso mondo da cui sei scappato, perché in 8 anni le cose non cambiano, soprattutto in un contesto notevolmente e notoriamente statico, semmai peggiorano. Tornare giù significa, dunque, cambiare il tuo punto di vista, vedere il buono lì dove non lo vedevi, vedere possibilità nello stesso luogo che hai lasciato proprio perché di possibilità non ce n’erano». Una scelta che va ancor di più controcorrente se si pensa che la voglia di tornare di Michele «non è affatto legata ad una mancata realizzazione
lavorativa o a problemi economici derivanti dal vivere in una grande città». «La mia vita lavorativa – racconta il giovane di Albidona – godeva, proprio nel periodo della decisione di trasferirmi, di una notevole ascesa sia a livello economico che di gratificazione personale. Semplicemente, il motivo della mia decisione è stata la consapevolezza che quello non era il mio posto nel mondo e né i soldi né un lavoro gratificante avrebbero mai alleviato questo mio malessere». Michele nel suo cammino solitario ha raccontato ed ascoltato storie di “resilienza”, di chi ha deciso di restare o di tornare, di investire sulla propria vita nella propria terra, nelle tappe dislocate tra Lazio, Campania, Basilicata e Calabria. Il progetto è stato supportato dal Comitato UNPLI di Basilicata, rappresentato ad Albidona dal presidente della Pro Loco di Corleto Perticara. Si è calato lentamente – spiega – nel meridione d’Italia, per scoprirne le bellezze sia paesaggistiche che umane. Quello di Michele non è stato solo un viaggio personale, ma un vero e proprio progetto sociologico, antropologico e di turismo sostenibile.

La passione di Eolo

L’assedio delle pale eoliche che attanaglia la città di Potenza sta assumendo ormai contorni tutt’altro che leggeri. Le proteste dei cittadini, esasperati da installazioni scriteriate, sono sempre più pressanti verso le istituzioni, accusate di svendere il territorio per interessi facilmente intuibili. I buoni propositi volti alla produzione di energia rinnovabile, a causa di mancanze legislative, hanno lasciato campo libero ai “predoni” del settore. Lo scempio perpetrato ai danni dei luoghi ha assunto caratteri forti, con la natura letteralmente violentata. Le zone di Piani del Mattino e Montocchino hanno assistito ad un vero e proprio deturpamento paesaggistico, oltre ad una crescente preoccupazione per la salute che affligge gli abitanti. L’impatto visivo deprimente a causa delle pale, simili a vere e proprie croci, induce a riflessioni sul significato stesso di energia sostenibile. Se il prezzo da pagare assume una portata rilevante che coinvolge disparati ambiti, è bene chiedersi se ne valga effettivamente la pena. In un’audizione in quarta commissione del consiglio regionale, il direttore del dipartimento prevenzione collettiva della salute umana dell’Asp, Francesco Negrone, ha dichiarato: «Dal punto di vista epidemiologico ad oggi non esiste un problema conclamato, mentre è evidente che il rumore generato può creare problemi ai cittadini dal punto di vista nervoso soprattutto durante la notte, quando nel silenzio il sibilo prodotto da questi impianti diventa insopportabile». Senza dubbio la qualità della vita, per chi vive a stretto contatto con la giungla del mini-eolico, vede abbassare notevolmente il suo standard. La soluzione auspicata è una decisa regolamentazione in materia di eolico: rispetto per l’ambiente e regole imprescindibili per la tutela delle persone. È quello che chiedono i cittadini ai loro amministratori e basterebbe tenerne conto per salvaguardare gli interessi di tutti.

Per le tavole delle Comunità Ospitali lucane

Ho scoperto da poco che la Basilicata ha sette Comunità Ospitali, ovvero paesi che aderiscono alla rete di 240 territori che si caratterizzano per la capacità di coniugare identità e innovazione, coesione sociale e competitività, corretto utilizzo delle tecnologie e sviluppo sostenibile.

Le Comunità Ospitali lucane sono: Aliano, Garaguso, Grottole, Moliterno, Rotondella, San Mauro Forte, Satriano di Lucania. Tutte le comunità che ne fanno parte scommettono su un futuro che non produce rifiuti, non consuma suolo, ha una mobilità “dolce” e accoglie il visitatore facendolo sentire parte integrante del vissuto locale.

E, per sentirsi davvero “a casa”, bisogna mangiare quel che si mangia quotidianamente nel luogo-destinazione. Partiamo dal luogo in cui Cristo non è arrivato ma ci sono tutti “cristiani”, come scrive Carlo Levi: Gagliano, ovvero Aliano. I suoi calanchi d’argento sotto la luna e i suoi paesaggi da Dakota sotto il sole si sposano benissimo con i Cazztell (la pasta fatta in casa cavata col solo pollice e condita con pomodoro fresco e basilico) di giorno e con la Capuzzella raganat’ (testa di capra ripiena di cervello e uovo e cotta nel coccio).

Può sembrare pesante e, forse, un po’ lugubre, ma è ottima soprattutto se gustata nelle famose case con gli occhi, case dal volto umano. Per digerire si può andare a guardare le stelle alla Fossa del Bersagliere, quella in cui, secondo la leggenda, precipitò un bersagliere piemontese che, dopo esser stato accolto e rifocillato, si permise di molestare le donne di Aliano.

Non può mancare una visita alla Casa di Carlo Levi, alla pinacoteca che conserva i suoi dipinti e, soprattutto, alla sua tomba: in piena conformità all’essenzialità della morte ebraica, è fatta di due semplici file di mattoni che portano al punto preciso in cui lo scrittore usava guardare l’orizzonte e il Pollino che lo domina. Commoventi sono tutte le piccole pietre che omaggiano la culla eterna che ospita il loro illustre “concittadino”. Dai calanchi ci spostiamo e ci affacciamo sul “balcone dello Jonio”, l’antica Rotunda Maris, Rotondella.


di Raffaella Femia

Tra calanchi, immense distese di campi e le sponde del mare che la guardano bisogna assolutamente gustare la delicata “pera signora” e le conserve da essa derivate. Un presidio Slow Food che deve il nome alla grazia e alla bellezza di questo rarissimo frutto presente solo qui. Passeggiando per il borgo ci si deve assolutamente armare di una fonte energetica quale u pastizz rutunnar, un calzone che sembra una semiluna ripiena di carne, formaggio, pepe, sale e olio extravergine.

Dopo aver visitato la chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie e ammirato le statue lignee della Madonna delle Grazie e di Sant’Antonio, bisogna assolutamente assaggiare il salame di Rotondella: l’unica lucanica aromatizzata dal coriandolo anziché dal classico finocchietto selvatico. Per dessert si potrebbe fare un salto al sito archeologico del Monte Coppolo, dove ci sarebbe quel che resta dell’antica città di Lagaria, non senza premiarsi con un sospiro, soffice e delizioso dolce ripieno di crema.

Dopo i calanchi e la vista del mare, addentriamoci nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano per riempire lo sguardo dei molteplici colori dei murales di Satriano, il cui protagonista assoluto è u rumit: la maschera antropologica satrianese che sembra essere l’erede legittimo del Green Man celtico, propiziatorio e silenzioso, è vestita solo di foglie e, a Carnevale, la si vede aggirarsi per le strade. Il suo è un messaggio ancora da decifrare, ma sicuramente, oltre a denunciare l’atavico male dell’emigrazione locale, è un essere intimamente legato alla natura e al suo rispetto.

Per apprezzare ancor meglio il racconto del luogo bisogna impreziosirlo con l’infernale peperoncino di Satriano, sede anche dell’Accademia lucana dell’amata spezia, semmai con qualche scaglia nella pizz chien che il nome stesso ben descrive: una focaccia ripiena di formaggio, uova e salame. Sempre nel Parco, troviamo la Comunità Ospitale di Moliterno. Un borgo regale: ti accoglie subito l’imponenza della torre longobarda e il castello normanno.

E regale è il suo tesoro più grande: il canestrato di Moliterno, un formaggio a pasta dura la cui cagliata viene pressata a mano all’interno di canestri di giunco (da cui il nome) e fatto stagionare nei tradizionali fondaci. Un IGP che evolve dal dolce e delicato fino a un accentuato gusto piccante… Uno dei formaggi più buoni d’Italia e fra i più antichi.

Di che pasta sei? Pasta lucana!

a cura di foodfilebasilicata.blogspot.it

Si avvicina S. Gerardo e con Lui arriva anche il pranzo dei “Portatori”. Il 29 maggio, lungo i vicoli di Via Pretoria, si propaga un’invocazione culinaria al Santo, che sembrerebbe quasi un rito di fertilità. Tra tutte le delizie e le tipicità non può mancare la pasta, quella “di casa” ovvero fatta a mano. L’inno della gastronomia del potentino in tema di pasta e tradizione sono gli “strascinat”: un formato di pasta di semola di grano duro, appartenente alla famiglia delle orecchiette, che si ottiene “strisciando” con le dita i piccoli pezzi di pasta su una tavoletta di legno incisa con varie forme geometriche chiamata “cafaruoccl” (prende il nome da un altro formato di pasta simile a uno gnocco detto “ruoccl”) e frutto della maestria di artigiani che, da sempre, hanno contribuito alla costruzione del “mito” della pasta fresca lucana. I falegnami sono indispensabili, in quanto creano: “laganatur”, matterelli per stendere la pasta; “tavuliedd”, per lavorarla e “setiedd”, setacci per la farina. Il potere di questi utensili nel conservare la vita spesso li ha resi anche magici: è proprio il caso del setaccio che, quanto più antico e tramandato di nonna in nonna, tanto più acquisiva potere, così da essere utilizzato anche come strumento divinatorio. Gli si creava un foro nella parte lignea e vi si introduceva una forbice, sugli indici si lasciava ruotare il setaccio dopo aver posto una domanda: in base alla direzione (destra o sinistra) si otteneva un sì o un no all’interrogativo posto.
Se l’utensile che serve a creare la pasta è magico, figuriamoci la pasta! Carmela Gerardi, delegata del Club del Fornello di Potenza, associazione che cerca, cura e tramanda tutta la gastronomia lucana, racconta di come alcune nonnine si attengano ancora al vecchio rituale di indovinare il sesso dei nipoti tramite la pasta di casa. L’antropologo Giovanni Battista Bronzini scrive: “al genere dei metodi fondati sulla posizione che assumono certi oggetti appartiene quello, riferito dal Pasquarelli, per cui oggetto dell’osservazione è la pasta ri casa, che ha grande importanza ne la vita economica della famiglia e dovea pure altra acquistarne, perché serve ad indovinare il sesso: così quando si mettono a bollire nella caldaia li maccaruni a lu fusidde, se proprio nel momento dell’ebollizione uno solo vien su, s’avrà maschio”.
Le donne d’un tempo, quasi sacerdotesse di un fuoco sacro, filavano pasta come si fila la vita, così nascono i “Ferretti, Fusilli, Minnicchi, Minuich, Firricieddi, Firzuli” ovvero dei fusilli fatti originariamente con fili di giunco e in un secondo momento con un filo di ferro. Utensile quest’ultimo che si aggiunge all’altra parte dell’artigianato lucano nato intorno alla pasta, quello del ferro: abbiamo la “rasulecchia”, la spatola, la “rutella” per tagliare la pasta a zigzag e la “grattabilbant” ovvero una grattugia per creare una speciale pasta fresca dal formato molto piccolo e irregolare, i “bilbant” appunto. Un’altra specie di filatura magica si ha con le “Manate”: un tipo di pasta non forata per la quale bisogna saper arrotolare lunghi e corposi “vermicelli” e schiacciarli tra le mani, in una specie di filatura tra le dita il cui segreto è la sottile polvere bianca che permette di non farli attaccare gli uni agli altri.
Tra i primati della pasta lucana non possono mancare le “Lagane”, forse il nome che indica meglio l’antichissima origine della pasta lucana. Laganum e Laganon erano le lasagne del mondo greco e latino: i chicchi dei cereali venivano frantumati e poi macinati; la farina così ottenuta veniva impastata con acqua per ottenere sottili sfoglie da cuocere su pietre roventi. La tradizione lucana della pasta ha conservato integralmente la ricetta originaria che prevede solo semola di grano duro, acqua e sale per fare qualunque formato. Le aggiunte praticate nel Settentrione d’Italia, in particolare le uova, sono diventate poi le lasagne di oggi, le pappardelle, le fettuccine e affini.
Il più particolare formato di pasta lucana per storia e ingredienti è il Mischiglio, la “summa” della tradizione firmata Basilicata. È tipico di quattro comuni del Parco del Pollino, Calvera, Fardella, Teana e Chiaromonte, che si possono percorrere proprio come una “via del mischiglio”. Lungo queste strade l’impasto della pasta fresca è fatto con un misto di farine di cereali e legumi, ceci, orzo e fave mischiata alla farina “Carosella”, grano tenero e alla farina “Senatore Cappelli”, grano duro. Questa ricchezza di varietà di frumenti e qualità di grani lo rendeva un piatto esclusivo per ricchi o nobili, non adatto per la maggioranza di contadini, braccianti e pastori lucani. Il mischiglio ha avuto così un processo inverso alla tradizionale gastronomia lucana: da piatto borghese è diventato “piatto povero” per poi tornare, in base alle tendenze attuali, piatto ricercato da palati che assieme al sapore vogliono gustare l’autenticità storico-culturale del territorio che lo ha generato.
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