Babbo Natale non passerà più in Basilicata

Dopo quest’anno Babbo Natale non verrà più in Lucania. In realtà doveva venirci, anzi, ci è davvero venuto, ma è dovuto ripartire di fretta per gravi problemi di salute. Quando è arrivato, è stato grazie ad un’agenzia lucana che organizza eventi – tra cui anche quelli di tipo natalizio – e che aveva appositamente contattato una nota agenzia statunitense che invia Babbo Natale in giro per il mondo.

Questa compagnia recluta negli Stati Uniti uomini possibilmente poliglotti e con le caratteristiche fisiche adatte al ruolo: la resistenza al freddo, la pazienza, una potenziale candida barba cotonata, un viso affettuoso, una voce calma e profonda, l’aria bonaria e, soprattutto, l’affetto per i bambini. I loro Babbo Natale, come già detto, parlano molte lingue, alcuni parlano anche l’italiano, come Stan, il cui padre – Salvatore Natale – emigrato dall’Italia verso gli Stati Uniti nel secondo dopo guerra, gli ha sempre parlato con orgoglio la propria madrelingua.

Quest’anno Stan Natale è arrivato in Italia poco prima di metà dicembre, accompagnato dal suo seguito di renne che, come ogni anno, nel periodo prenatalizio, lo aspettavano in Svizzera, nella stalla affiliata alla prestigiosa agenzia americana che lo ingaggia. In questa stalla si allevano e curano le renne portate agli eventi natalizi e che vengono affidate, in periodi prefissati, ai vari babbi natale che viaggiano per tutta Europa. Bella, Minnie, Windy e Marilou – questi i nomi delle storiche renne di Stan – lo seguivano, come ogni anno, nel rimorchio del furgoncino fittato in Svizzera.

“Andava tutto perfettamente”, mi spiega Stan Natale in un italiano impeccabile e dal lieve accento statunitense, “io qui mi sento bene, l’Italia è uno dei miei paesi preferiti”. Stan si ferma, ha una forte crisi di tosse. “Conosco l’Italia ma non ero mai venuto in Basilicata”, riprende, “ero davvero felice di conoscere questa regione. Ormai si parla di Matera e Basilicata anche negli Stati Uniti!”, aggiunge sorridendo e cercando di non forzare troppo la voce già sensibilmente rotta.

Siamo in ospedale, in una piccola stanza riservata per l’incontro, Stan Natale non riesce a parlare facilmente e deve fermarsi spesso per tossire; si muove inoltre con difficoltà a causa di ustioni sparse sul corpo. “A Matera, l’incontro in piazza con i bambini andò benissimo, ero davvero soddisfatto”, riprende sorridendo dietro la candida barba, “la tappa seguente era in un paese vicino a un bel lago… ma adesso non ricordo …”, mi dice abbassando la testa e sforzandosi di ricordare il nome del paese dove era atteso per il suo intervento.

“Era previsto un incontro di mattina, dovevo presentare Bella, Windy, Minnie e Marilou ai bambini di una scuola elementare. Ma volevo arrivare il giorno prima, per conoscere meglio il posto”, prosegue Stan fissandomi con un presagio mesto. Quando arriva nel paese di cui non ricorda il nome, Stan è incantato dalla bellezza dei paesaggi tutt’intorno: paeselli e dolci pendii boschivi a coronare un bel lago. Ferma il furgoncino, fa scendere le renne dal rimorchio in cui viaggiano e, prima di portarle nella stalla prenotata per l’occasione, le lascia passeggiare nei dintorni del lago.

Stan viene dal Michigan, è abituato ai grandi geli del suo stato e anche a fare bagni freddi nella regione dei Grandi Laghi. Il clima di quella giornata di metà dicembre è per lui davvero mite. “Da noi i laghi sono molto più grandi ma molto più freddi! C’era un po’ di sole, era così bello che ho deciso”, e si ferma per tossire, “di tuffarmi. Che bellezza!”.

Le renne, lasciate libere a passeggiare lì intorno, si avvicinarono al padrone e si abbeverarono al lago.
“Dopo una piccola nuotata uscii, rigenerato. Feci un fuocherello per asciugarmi. Successe in quel momento …” spiega Stan interrompendosi di colpo e guardandomi con gli occhi umidi. D’improvviso una delle quattro renne si accasciò; il padrone si avvicinò per verificare che andasse tutto bene ma la renna, Windy, non respirava più. Stan fu preso dal panico e gridò per attirare l’attenzione, ma attorno non c’era nessuno. Dopo Windy successe la stessa cosa a Minnie; poi fu il turno di Bella e infine di Marilou.

“Continuavo a gridare ma nessuno rispondeva… a un certo punto mi resi conto di avere le vertigini. Avevo pruriti dappertutto, poi la pelle inizio a scottare, a bruciare. Svenni cadendo a peso morto in mezzo alle mie renne…”. Stan non riesce più a trattenere le lacrime. Fu trovato svenuto in mezzo alle renne e con una ferita al capo da un vecchio pastore della zona attirato dalle urla; l’anziano, vista la situazione, aveva chiamato subito l’ambulanza.

“Chiesi cosa era successo a quel signore che m’era seduto affianco e mi sorvegliava. Si spaventò nel sentirmi parlare. Mi credeva già morto! Poi mi fissò. – Pazzo a buttarti in questo lago! – disse. – Un tempo sì che ci potevi andare, pure le pecore ci facevamo bere. Mò è sporco, inquinato, è pericoloso! – disse quasi gridando. Non capivo, ma mi fece paura”, ammette Stan. L’ambulanza arrivò e Stan fu tratto miracolosamente in salvo, a differenza delle sue renne.

“Un medico mi ha da poco spiegato che ho ingerito delle sostanze tossiche, ma non ha saputo specificarmi quali”, mi spiega a sua volta. Ora Stan sta meglio, ma è disperato per le sue amate renne. Minnie, Windy, Bella e Marilou non ritorneranno con lui in Svizzera, non lo aspetteranno più per i prossimi viaggi di Natale in Italia e in Europa.

Pochi giorni prima della vigilia di Natale, ho ricevuto con mia sorpresa una lettera da Bay City, nel Michigan. Era firmata da Babbo Natale in persona. “Buone feste!”, mi scrive Babbo Natale. “PS. Avvelenamento da idrocarburi”, c’era scritto in margine, “questa è la diagnosi che mi ha dato una clinica privata di Detroit. Grazie ancora per il sostegno e per l’intervista. Sinceramente tuo, Stan”, concludeva la sua nota.

“Caro Babbo Natale”, gli ho scritto sentendomi in dovere di ricambiare la cortesia, “auguri di buone feste anche a te! Mi dispiace molto per quello che ti è successo, ma sono sicuro che adesso tu stia meglio”. Ho poi aggiunto: “PS. Dal momento che sei Babbo Natale, fai un regalo a me e alla nostra terra. Denuncia quello che ti è successo e chiedi, a chi deve, di pagarti i danni e di rimediare per il lago. Forse, ascolteranno almeno Babbo Natale.
Sinceramente Tuo, Daniele”.

SouthMag n°3 – Una Regione a secco di storytelling

A detta della politica la Basilicata cresce e diventa attrattiva per il turismo, ma la realtà parla di una regione in malora e in lotta tra inquinamento e degrado ambientale

 

La Basilicata è una contraddizione. Essa appare come il noto antagonista di Batman, il supercriminale schizofrenico ‘Due Facce‘ il cui viso per metà sfigurato rispecchia la lucania dai due volti, da un lato la voglia di cultura – con Matera capofila – e dall’altro il disastro ambientale, l’inquinamento e la piaga del petrolio.

Tempa Rossa – foto di Emanuele Gaudioso

Da qui il racconto, la narrazione della Basilicata come direbbero i più bravi, lo storytelling diventano una questione per pochi e quando si cerca di andare oltre la città dei Sassi si finisce per incontrare eventi privi di una vera capacità di cambiamento. L’estate 2017 è passata all’insegna del gran caldo e per la Basilicata è stata la prima estate di intensa azione verso una rinascita culturale e turistica in vista degli eventi di Matera 2019. Molti gli appuntamenti pensati per rilanciare la narrazione della nostra regione, migliaia gli euro spesi per la “bella scoperta” che però, a conti fatti, hanno portato poco.

Per qualcuno questi risultati vanno visti nel medio-lungo termine, ma a noi piccoli osserva- tori non sembra esserci aria di rivoluzione. Matera resta la migliore rappresentazione ed è sempre più protagonista: piena di turisti, colma di nuove strutture ricettive, ma non estranea a qualche polemica sempre in bocca alle malelingue. Alcune piccole realtà hanno portato grandi risultati: il Volo dell’Angelo, il Ponte alla Luna a Sasso di Castalda e qualche altra attrazione come la Grancia. Sono il risultato di una grande capacità di leggere e sfruttare le risorse a disposizione.

Il resto è solo avanspettacolo: i grandi eventi culturali dell’estate lucana hanno riservato mille polemiche. Come accade da qualche anno ha dominato il cinema e suoi festival con pochi spunti reali per la cittadinanza lucana. È proprio in questa direzione che si sono visti i peggiori scenari di autocelebrazione senza che il lucano medio possa essere protagonista degli eventi che si susseguono.

Diga camastra vista da Anzi

Ormai i nostri politici ci raccontano di una regione sempre più esposta al resto del mondo, ma basta digitare “Basilicata” sui motori di ricerca del web per trovarsi di fronte a tutt’altro disegno, con protagonisti il petrolio e l’inquinamento. Il racconto della “bella scoperta” diventa un’arma di distrazione di massa per celare la situazione reale della Basilicata, delineata da una siccità di futuro ben disegnata dai dati demografici in continua discesa e dall’elenco spaventoso dei siti inquinati da bonificare che ci rende la regione con maggiore incidenza di siti inquinanti per abitanti dell’intero bel paese. Siamo pieni di idee ma a secco di verità.

Mater Lucania, l’ottava sorella?


Lo sfruttamento petrolifero in Basilicata ha bisogno di nuove regole sia per i limiti alle estrazione che per la gestione delle royalties.

Quando nel secondo dopoguerra Enrico Mattei coniò l’espressione “Sette sorelle” voleva indicare la forza del cartello petrolifero che non permetteva all’Italia l’indipendenza energetica. Oggi, con altri numeri e con altre valenze, all’interno dei confini del Belpaese la parte della vittima sacrificale spetta alla nostra regione.

Negli ultimi vent’anni infatti, la Basilicata ha subìto, senza batter ciglio, le decisioni delle compagnie petrolifere e delle loro pretese sulle concessioni. A noi resta la colpa più grande: non aver controllato. Nell’ultimo periodo però qualcosa ha cambiato verso, solo grazie alla volontà cieca dei “comitatini” di cittadini, che una lieve scossa hanno dato anche alla politica lucana. Ma i risultati sono sempre pochi e la forza di opporsi è sempre debole rispetto al potere delle “oil corporations”.

Gli idrocarburi però esistono e non possono essere trascurati o non sfruttati, sono una risorsa se il fine non è il mero profitto ma la tutela del territorio che per un periodo limitato ospita le compagnie e i loro affari. Così come non possono più reggere royalties distribuite a pioggia senza una vera programmazione di compensazione ai progetti di sfruttamento. La Val D’Agri avrebbe potuto essere una valle dell’Eden e invece è una valle dell’oil, avrebbe potuto essere parte di un disegno di progresso agricolo, ma questo è stato completamente spazzato via dall’inefficienza dei sistemi di salvaguardia.

Per molto tempo c’è stato chi parlava di una possibile convivenza tra anima contadina e speculazione energetica, ma senza un protocollo preciso per le restrizioni alle trivellazioni senza limiti: non ci resta che pregare le nostre Madri e lottare contro i mulini a vento (che poi sono infinite pale impossibili da contare).

La Basilicata resta una terra da scoprire e i suoi mille volti e le mille anime sono trasportate dal suo essere legata fortemente alle tradizioni contadine e al culto mariano: Viggiano, Matera, Calvello, Avigliano, San Severino, Grumento Nova e tanti altri paesi sono luoghi in cui il culto esprime il massimo del proprio valore religioso e umano. Questi sono il segno più forte di un rispetto incondizionato della fertilità e dell’amore per la nostra terra.

La nostra è indubbiamente una provocazione fatta però nel rispetto delle Madonne e della forte religiosità lucana. Dai loro santuari le Sorelle Madri ci chiedono di proteggere le loro montagne e noi fin ora abbiamo solo chiesto miracoli. Le Sorelle della Basilicata ci osservano, e se non possono piangere è perché non possiamo aspettarci miracoli fin quando non rialziamo la testa e cominciamo a lottare per noi e per i nostri figli. Una sola condizione è imprescindibile: la rinegoziazione delle regole dello sfruttamento.

Restiamo umani anche nella lotta, restiamo lucani riportando alla memoria quella che è la nostra storia, siamo contadini e briganti, siamo lucani incattiviti e stanchi.

L’insostenibile leggerezza lucana

Qualcuno diceva che il secondo è sempre il più difficile e a vederla bene la seconda uscita di Southern Magazine è leggermente div ersa e forse più coraggiosa del nostro debutto.
Abbiamo scelto un filo rosso che lega questo numero partendo dall’analisi di una delle parole chiave di questo periodo storico: sostenibilità.
Vogliamo analizzarla nella sua accezione più completa, non solo nella visione ambientale ma anche e soprattutto come mantra che dona forza alla soddisfazione dei bisogni dell’uomo, senza sottrarre al processo di vita quello che la rende serena e felice.
Al netto del suo significato ambientale e di sviluppo economico, la sostenibilità è prima di tutto un modo di vedere le cose in senso collettivo in virtù del quale, prima di ogni azione, si cerca il bene della comunità e, solo quando questo viene soddisfatto, si arriva al bene dell’individuo.
Sostenibilità in sostanza significa equilibrio, con l’ambiente ma anche con il proprio animo, equilibrio nel rispetto dell’ecosistema che ci circonda, equilibrio nel porsi con gli altri, un autoregolarsi che fa interagire sistemi diversi, mescolandoli e ponendo il limite solo nel momento in cui viene meno quell’equilibrio che regola la relazione. La nostra regione ha bisogno più che mai di essere sostenibile ed equilibrata, poichè da un punto di vista ambientale ed economico è diventata preda di un saccheggio indiscriminato: azione, questa, che è l’esatto contrario della sostenibilità. Da un punto di vista politico, oggi più che mai, la fiducia, e quindi quel contratto tra rappresentanti e rappresentati, viene meno proprio nel suo principio di equilibrio. Le scelte non sono più comprensibili e quindi sostenibili, e questo è il primo segnale di un distacco tra i politici e le persone comuni, acutizzato nelle ultime settimane da azioni incomprensibili come il cambio di statuto regionale e le risposte piccate del sindaco del capoluogo in piazza a persone ormai abbandonate a se stesse.
I nostri rappresentanti appaiono così non più sostenibili e le loro decisioni non sono più equilibrate e comprese. È una sfida persa in partenza questa: manca pertanto quel legame di forza che crea consenso e trasforma il voto in una rendita di fiducia.
Il popolo è stanco e alienato da questo distacco e lo manifesta dapprima con il non voto e dopo con la rabbia. Alla politica in un primo tempo potrebbe anche andar bene, ma nel lungo periodo la mancata sostenibilità genererà distacchi sempre più grandi e in quel vuoto la rabbia germoglierà senza freni, costruendo spazi di dissenso e pensieri da briganti.

Benvenuto SouthMag

Proviamo a nuotare controcorrente, non ci facciamo trascinare, ci alziamo sulla tavola e cavalchiamo l’onda. Fondiamo un giornale, lo facciamo digitale ma anche di carta, ne vogliamo sentire il sapore mentre coltiviamo i nostri sogni. Così nasce Southern Magazine, un mensile incentrato su territorio, cultura, eventi, informazione e lifestyle. Molti saranno gli spazi per l’innovazione e il suo rapporto con un territorio legato fortemente alla terra. Non mancheranno approfondimenti sul buon cibo e pagine dedicate al tessuto economico e culturale del Mezzogiorno, da sempre troppo in ombra rispetto al resto della penisola. Centrale sarà il ruolo della fotografia e del suo essere linguaggio di cronaca ma anche arte, il tutto grazie alla collaborazione con l’associazione Imago Lucus.
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