L’Assessore e il Consigliere. Gli uomini di mondo della Politica Lucana

Sono due rampolli, due possibili teste per una poltrona da governatore.
Vi presentiamo l’assessore regionale Luca Braia e il consigliere regionale Piero Lacorazza. Vengono da strade diverse, il consigliere è un potentino doc, il classico “ragazzo” cresciuto a pane e politica, presidente della Provincia prima e poi subito in Consiglio Regionale come Presidente del Consiglio. Rimesso dopo poco alla poltrona da consigliere è finito a fare tutto da solo. È uomo forte della sinistra più rossa del PD lucano, vive perennemente in giro per i comuni della Basilicata, ama stare tra la gente.

L’altro è, come da copione, il suo contraltare: materano doc, viene da esperienze di giovane imprenditore (presidente dei giovani imprenditori materani), perito informatico ed esperto di marketing e comunicazione, consigliere tra i Sassi con l’Ulivo, poi in via Verrastro. Dopo una breve esperienza come assessore alle infrastrutture, dalla primavera del 2015 si è ritrovato a promuovere il brand Basilicata in giro per il mondo come Assessore alle Politiche Agricole.

Lacorazza invece è un uomo solo nel marasma del PD lucano. Nell’ultimo periodo, in vista delle prossime elezioni regionali, alcuni danno l’Assessore come possibile futuro candidato governatore, altri considerano il Consigliere come uno di quelli di cui Pittella si libererebbe volentieri dato il suo rapporto molto stretto con il governatore pugliese Emiliano. Questo dualismo è sicuramente uno dei più interessanti all’interno del Partito Democratico lucano in vista del congresso regionale che si dovrebbe tenere in novembre.

Non c’è però dubbio che i due ci sanno fare: hanno visitato molti posti, hanno avuto a che fare con la gente più diversa e sanno il fatto loro. Braia nell’ultimo anno è stato a Bologna, a Berlino, in Piemonte, perfino ad Astana per l’Expo. È in giro per ogni convegno della Basilicata sempre davanti ai flash dei fotografi e sempre con i nostri prodotti tipici in primo piano. Lacorazza invece è la vera opposizione interna al PD, membro attivo della fondazione “Basilicata Futuro”. La sua è una scelta diversa, vuole essere protagonista delle piazze aperte e, con il suo “riscatto”, cerca un racconto diverso da presentare ai lucani. Insomma, entrambi hanno un bel bagaglio d’esperienza e conoscono bene quello che ci vogliamo sentir dire; sono uomini di mondo come direbbe Totò ma, nonostante facciano parte della stessa “squadra” politica, appaiono come gli estremi di un modo tutto nuovo di presentarsi alla gente.

In comune hanno poco, le pochissime uscite sulla questione del petrolio oltre che l’uso che fanno di Twitter con gli “angeli custodi” che li aiutano sul social dell’uccellino: due donne. Per l’assessore Braia c’è la brillante calabrese Caterina Policaro, segretaria particolare dell’assessore, professoressa, blogger (Catepol) e attivissima (come si definisce sulla bio di Twitter) Social Media Observer. La Catepol è una grande comunicatrice, è una vera maestra nell’uso dei social e la sua mano esperta si vede benissimo nelle scelte comunicative molto efficaci dell’assessore Braia.

Per il consigliere Lacorazza c’è la policorese Vittoria Purtusiello, ingegnere specializzata in questioni ambientali con la politica nel sangue e l’intenzione di diventare una professionista della politica (ora candidata alla segreteria regionale del PD). Renziana agli inizi, è stata l’unica under 30 alle primarie PD per il parlamento nel 2012. Non eletta, ha cambiato squadra diventando coordinatrice lucana sostenendo il “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre. La Purtusiello è meno popolare sul web della Policaro, meno impegnata in rete ma molto ben inserita negli anfratti della politica regionale. Ha un suo seguito specie in regione, ed è sempre attenta e attiva nel rilanciare le idee e le proposte del Consigliere che da qualche tempo segue come un’ombra.

L’Assessore e il Consigliere sembrano essere i nostri politici più in vista sia in piazza che sul web: sono quelli che girano e stringono mani, sono quelli sempre attivi sui social network e sono sempre pronti a prendere la parola per rispondere alle più svariate esigenze della nostra Lucania. Sicuramente il loro obiettivo è lo stesso: far il bene della Basilicata senza che venga meno una bella poltrona su cui sedersi. È la dura vita del politico professionista, entrambi lo sono ma uno solo po- trà dettare la prossima agenda, sempre che Pittella voglia. Chi avrà scelto la giusta strategia?

Le ultime battaglie

L’assessore Braia. Dopo aver puntato tutto sulla fragola, si è ritrovato con un raccolto non capace di sostenere la grande campagna marketing messa in tavola. Ora punta tutto sul vino in un comparto che vede l’Aglianico all’ultima spiaggia per un rilancio a vitigno di qualità per una nicchia di esperti. Grande diffusore di hashtag, vorrebbe fare sistema in ogni sua iniziativa ma salta continuamente da un prodotto all’altro senza dare troppa continuità ai progetti di cui si fa “capitano”. Ambasciatore che non vuol portar pena.

Il consigliere Lacorazza. Paladino del ‘”riscatto” (da una sua idea, forse l’unico politico ad aver visitato tutti e 131 i comuni della Basilicata), è la vera opposizione politica all’egemonia di Pittella in regione. Lancillotto di Emiliano fuori dalla Puglia, è pronto ad opporsi ad ogni iniziativa del PD nazionale, prima contro le trivelle in mare poi con il “no” al referendum costituzionale. È pronto a discutere di tutto, uomo delle mille interrogazioni ed emendamenti in consiglio, come ogni buon “rosso” che si rispetti è un oppositore nato. Sicuramente punterà a una poltrona tra regione o forse nelle liste per le politiche: stacanovista rosso.

Un’attrice lucana: intervista a Egidia Bruno

Iniziamo la nostra conversazione con una domanda sulla Basilicata. Lei vive a Milano, lavora come attrice nei teatri del nord ma quest’estate è stata molto in giro per la Lucania per mettere in scena i suoi spettacoli, da San Severino ad Aliano, da Montalbano Jonico fino alla “sua” Latronico. È sempre difficile essere profeta in patria?

Credo di sì, ma è una cosa piuttosto comune a tantissimi artisti. È un classico: quando porto un mio lavoro in Basilicata, specie nel mio paese di origine, Latronico, ho sempre maggiori difficoltà organizzative che altrove. Negli anni ho cercato di darmi delle spiegazioni e una di queste è che quando sei nato e cresciuto in un piccolo pae- se, così come è stato per me, la comunità, pri- ma che come artista, ti conosce come individuo, come quello che “appartiene” a quella famiglia e dunque spesso ha quel tipo di confidenza con te che non ti fa considerare in quel momento principalmente come un professionista dello spettacolo ma, nel mio caso, come “Ggiddia Bruno, quedda che ha voluto sempre fa l’attrice”. Inutile dire che questa “confidenza” che di base è una cosa molto bella, spesso poi nella pratica complica anche le cose più semplici ed è sempre una lotta. Fortunatamente gli spettacoli che propongo piacciono sempre molto e per me è ogni volta una grande emozione rappresentarli in luoghi, come la piazzetta di quest’anno, dove giocavo da bambina.

In questa Basilicata piena di contraddizioni, molti hanno riposto grande fiducia su quello che potrà dare al territorio Matera 2019. Lei come hai trovato la Basilicata e i lucani? Le sembrano “vivi” da un punto di vista culturale al futuro? Le piace come viene raccontata la nostra regione?

Matera 2019 è sicuramente una grande, gran- dissima opportunità per la Basilicata. Sarebbe però un grosso errore puntare solo su questo per riscattare una regione di cui fino a qualche anno fa il resto d’Italia ignorava persino la collocazione geografica. In un mio monologo di un bel po’ di anni fa, Io volevo andare in America e invece so’ finita in India (scritto con Riccardo Piferi, autore di Paolo Rossi), quando ero nel Nord e Centro Italia, all’inizio dello spettacolo nel quale assimilavo l’India alla Basilicata per tutta una serie di motivi, facevo sempre un cen- simento per capire se tra il pubblico ci fossero dei lucani e tenevo una vera e propria lezione di geografia per spiegare dove si trovasse la Basilicata. Se c’era qualche lucano, alla fine veniva sempre a ringraziarmi. Questo per dire che uno dei nostri problemi è sempre stato quello di non avere un’identità forte, forse perché schiacciati da tre regioni confinanti che invece ce l’hanno sempre avuta, specie la Campania e la Puglia.

A mio avviso dovremmo lavorare sulla nostra autostima, ri-cercare e proporre un nostro modello e non rincorrere e scopiazzare modelli altri e lontani da noi. È un discorso lungo e complesso. Faccio un esempio banale: se vado in un locale del centro storico di un bel paese lucano e ordino un panino che si chiama “Calanchi”, mi aspetto che dentro ci sia un buon prodotto locale, del buon formaggio lucano e non l’Emmental, come mi è successo. Questo è un momento in cui la Basilicata è sotto i riflettori e bisogna approfittarne. Alcune esperienze in tal senso lo stanno facendo, ma secondo me bisogna stare molto attenti agli sprechi e dare più rilievo e supporto al micro che non al macro. Altrimenti il racconto che “finalmente” si sta facendo della nostra regione rischia di essere falsato e diventa un’occasione mancata per puntare sulla nostra identità più autentica, affinché l’esperienza sia duratura e non un trend da rimpiazzare con quello successivo.

In Basilicata si è investito moltissimo sul cinema negli ultimi anni, con un ritorno d’immagine davvero importante per la nostra terra. Eppure, ai maggiori eventi e agli incontri più importanti riguardanti la “settima arte” viene dato spazio all’interno di kermesse, a mio avviso, autoreferenziali. Allo stesso modo la scena teatrale lucana, pur godendo di ottima salute, resta ancorata all’idea di “arte di nicchia”, fruita da pochi e avulsa dal contesto interregionale perché poco pubblicizzata. Lei, da donna di spettacolo e di teatro quel è, crede ci sia una soluzione a questo isolamento? Se sì, quale potrebbe essere a suo avviso il modo migliore per coinvolgere la gente lucana?

Premesso che è un’ottima cosa che vengano girati tanti film e fiction in Basilicata, mi ricolle- go però al discorso di prima, ponendo questo dubbio: siamo sicuri che tutti gli investimenti economici che si stanno facendo, oltre che a produrre un importante ritorno di immagine, stiano creando anche opportunità sul territorio, costruendo delle professionalità e una continuità operativa? Circa la scena teatrale lucana, vivendo a Milano, ne conosco poco le dinamiche. Vedo che ci sono realtà che stanno crescendo e mi piacerebbe conoscerle di più. Per quanto mi riguarda, quando lavoro in Basilicata è quasi esclusivamente grazie ai contatti costruiti nel tempo con le amministrazioni locali o all’attenzione di gruppi e singoli che mi seguono, quasi mai perché presa in considerazione dai circuiti teatrali regionali.

In W l’Italia.it… Noi non sapevamo, uno dei suoi spettacoli più belli e interessanti in scena quest’estate in versione ridotta al Festival della Cultura Meridionale di San Severino Lucano, lei parla della storia dell’Unità d’Italia e delle tante questioni omesse dagli storiografi: come considera l’idea di proclamare una giornata della memoria meridionale? Mozione già approvata dai consigli regionali di Puglia e Basilicata, ma che a Potenza qualcuno già si affretta a rinnegare.

In linea di massima non ho niente in contrario, anzi. Ma onestamente non credo sia una cosa fondamentale per parlare di “questione merdionale”. Le commemorazioni sono importanti nella misura in cui alle parole seguono i fatti. Lo dico io che ho scritto e portato in scena uno spettacolo sulla memoria storica del Sud. Ma se, come spesso sto vedendo, la memoria diventa un rifugio nostalgico per non guardare e dare risposte al presente o, peggio, per riproporre modelli ormai anacronistici per quella che è la nostra realtà attuale, questo fa sì che sia una memoria sterile e anche pericolosa. Cantare in coro e con passione “Brigante se more” è molto suggestivo ed è molto aggregante e
va bene avere come modello di riferimento Carmine Crocco nel Meridione d’Italia del 2017, in special modo in Basilicata, purché questo significhi, a mio avviso, essere attenti, sensibili e attivi rispetto alle nostre risorse e alla gestione di queste.

Prima di congedarci e ringraziarla per questa piacevole e preziosa conversazione, vorrei chiederle di tirare le somme sulla “sua” estate lucana, sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista personale.

Il bilancio della mia estate lucana è assolutamente positivo. Ho portato in giro quattro diversi spettacoli, tre miei – Cunti di casa; W l’Italia.it… Noi non sapevamo; No tu no. Omaggio a Enzo Jannacci – e uno come interprete, Mille anni: l’inizio, tratto dal romanzo Premio Campiello di Mariolina Venezia, e la reazione del pubblico è stata sempre molto partecipe quando non addirittura commossa. Sono con- tenta di aver coinvolto i “miei” lucani nelle sto- rie che ho raccontato. Ed è stato emozionante aver portato a Latronico il mio omaggio a Enzo Jannacci, col quale ho avuto l’onore e il piacere di lavorare per diversi anni. Mi chiedeva sempre della “Basilucania”, come la chiamava lui. Non capiva perché avesse due nomi. Gli dissi che era una terra fortunata ma non sapeva di esserlo.

Stupor Lucania, viaggio di un Imperatore nella Basilicata del XXIsecolo

 

Se oggi l’imperatore Federico II di Svevia riapparisse per magia qui, di fronte a me, in Basilicata – una delle sue terre d’elezione –, sarebbe ovviamente incredulo, e comincerebbe a scrutarmi con sguardo interrogativo. Di sicuro, resosi conto dei luoghi familiari, preso dalla nostalgia, vorrebbe tornare a vedere uno dei suoi castelli estivi preferiti – lì sulla collina di Lagopesole – dove passava le estati a caccia con i suoi amati rapaci.

Arrivandoci, sarebbe allibito nel costatare che tutto intorno ci sono degli strani mulini a vento che infrangono la linea dolce delle colline con altezze spropositate, e che insidiano con clangori sinistri e monotoni l’austero silenzio delle creste, lo stesso che lui amava ascoltare prima delle preghiere vespertine. “Cosa sono mai?!”, mi chiederebbe allibito, “A che servono?”. “Sono pale eoliche, signore, e producono energia, più o meno come i mulini a vento”, risponderei al grande imperatore.

Federico II di Svevia – Palazzo reale Napoli

Se insieme proseguissimo il viaggio a sud, verso le ridenti zone della Val d’Agri, e capitassimo malauguratamente in corrispondenza di uno dei pozzi petroliferi, ancora più allibito di prima, l’impera- tore Federico mi domanderebbe: “E questi cosa sono mai? A che servono, di grazia?”.

“Servono a estrarre energia, come i mulini a vento di prima, più o meno”, dovrei rispondere con tono evasivo per non incappare in questo argomento complesso e delicato. “E dunque qui si produce energia per tanti popoli! Ma perché mai? Qui non siete così tanti!”, esclamerebbe indicandomi le valli disabitate e i monti nudi. “Ma questa, signore, non è energia nostra, noi ne prendiamo pochissima…”, dovrei limitarmi a rispondere all’imperatore incredulo.

Se poi continuassimo il giro per le sue terre lucane e capitassimo nei pressi del lago Pertusillo, proprio in uno di quei momenti di annerimento delle acque, mi chiederebbe: “E quale cosa oscura capita mai a que- sto lago?”. “Dicono, signore, che sono alghe, ma altri hanno le prove che il liquido nero – che si prende dai pozzi di prima – inquina le acque la- custri”, dovrei rispondere con dispiacere. A quel punto Federico II di Svevia inizierebbe a scuote- re il capo risentito. “Ma insomma, che succede nelle mie terre elette!?”, mi domanderebbe a bruciapelo.

A quel punto anch’io inizierei a scuotere il capo, e ad abbassare la testa con vergogna, per giunta. Di sicuro, passato il disappunto, l’imperatore vorrebbe poi visitare il suo amato castello di Melfi, dove egli stesso emanò le Costituzioni del regno. “Non è in cattive condizioni”, direbbe, “Ma cosa è diventato? Non c’è quasi nessuno ad abitarlo!”. “Ora è un museo, signore. Ma non ci viene quasi nessuno. Servirebbe a testimoniare ai passanti e agli stranieri la grandezza e la saggezza del vostro operato”, gli direi. “Ma la grandezza e la saggezza del mio operato doveva servire a illuminare anche voi, i miei eredi!”, esclamerebbe l’imperatore. “Ricordate, anche voi siete i miei successori e dovete mantenere vivo e arricchire il regno che inaugurai!”, mi direbbe incoraggiandomi.

Castello di Melfi, foto di Rocco Colucci

“Sire, qui quasi nessuno si ricorda più di voi, se non in parte nei libri. Mi dispiace. Soprattutto quasi più nessuno si ricorda delle vostre terre elette e, chi non le devasta, le tratta male o le abbandona a se stesse”, gli confesserei abbassando ancora il capo. “Questa estate, ad esempio, molti boschi sono andati a fuoco e, spesso, nessuno ha po- tuto salvarli”. A quel punto, dopo un momento d’amarezza, credo che Federico II cercherebbe l’intesa nel mio sguardo.

“Vorrei rivedere e mostrarti dei luoghi cui ero affezionato, torniamo nella zona di Lagopesole? Laggiù ci sono sempre i nibbi reali, i gheppi, i falchi, vero?”. A quel punto assentirei e lo seguirei senza indugio, fino a quando scomparirebbe nel nulla, così com’era misteriosamente apparso.

 

ICONOGRAFIA DI UN IMPERATORE: Molte sono state nella storia le immagini raffiguranti uno dei più importati sovrani che hanno influenzato la storia del meridione d’Italia. L’iconografia di Federico II, fonte di propaganda durante il suo regno e nei secoli successivi, è controversa ed è stata utilizzata svariate volte per sostenere l’importanza dell’eredità del grande sovrano. Abbiamo scelto la statua scolpita nel XIX secolo da Caggiano, ultima iconografia in ordine di tempo del sovrano, custodita nel Palazzo Reale di Napoli. Nella città partenopea il sovrano ha fondato la prima universitas studiorum statale e laica della storia occidentale lasciando un impronta decisiva all’evoluzione della società occidentale.

#ValdOil: Quale destino per il petrolio di Tempa Rossa

Il petrolio lucano di Tempa Rossa non trova pace e neanche una destinazione definitiva, in Puglia la situazione sembra più delineata, l’idea che arrivi altro petrolio alle raffineria di Taranto non piace ai cittadini e Eni, che dovrebbe accelerare l’iter per l’autorizzazioni, latita.

Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa è di nuovo al centro di una battaglia politica tra Basilicata e Puglia, la questione si fonda sul ritardo per le autorizzazioni per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio. In poche parole a Taranto associazioni e cittadini stanno facendo di tutto per respingere il petrolio mentre i francesi, che non vogliono abbandonare la Puglia, sono preoccupati e guardano ad un piano di riserva che prevede le autobotti e una possibile destinazione verso Roma.

Impianto di Tempa Rossa di proprietà per il 50% di Total, il 25% di Shell e il 25% di Mitsui

Manca la solidarietà di Eni?
Come scrive Total sul proprio sito italiano il giacimento di Corleto di Tempa Rossa avrà una capacità produttiva di circa 50mila barili al giorno e “beneficia della vicinanza di infrastrutture esistenti, distanti 8 km”. il gas viene convogliato alla rete locale di distribuzione SNAM. Il Petrolio invece segue la strada di una condotta interrata fino all’oleodotto “Viggiano-Taranto”, oleodotto con un diametro di 51 cm e lungo 136 km (di cui 96 in Basilicata) che collega le installazioni petrolifere della Val d’Agri alla Raffineria di Taranto, suo terminale di esportazione.  Ed è qui che entra in gioco l’Eni, proprietaria degli impianti della città dei due mari. Secondo i regolamenti della direttiva Seveso, l’arrivo a Taranto dei 50mila barili di Total devono essere anticipati da un rapporto sui rischi di incidente rilevante e questo deve essere presentato sei mesi prima dell’avvio del greggio dal gestore, in questo caso proprio Eni. Ad oggi non risulta nessun rapporto della compagnia italiana e i lavori a Tempa Rossa sono quasi terminati con l’inizio delle attività previste per i primi mesi del 2018.

Il Piano di riserva dei francesi
Se Taranto fa muro Roma fiuta l’affare e allora il nuovo petrolio lucano del giacimento di Gorgoglione potrebbe prendere un’altra strada: quella della raffineria della capitale di proprietà dei francesi di Total che però vedrà finire i lavori di adeguamento non prima della primavera 2018.
Per arrivare a Roma però, il petrolio dovrà prendere la via della gomma e quindi ecco spuntare il piano di riserva e il ritorno delle autocisterne. Secondo il sindaco di Corleto (come riferito ai colleghi de lasiritide.it) “risulta che il numero di autobotti non sia esattamente quello diffuso”, e questo è vero perché il numero sarebbe superiore alle 170 autobotti al giorno. Facendo infatti un calcolo veloce, le autobotti trasportano circa 25mila litri, 50mila barili al giorno sono circa 8milioni di litri che divisi per i litri di capienza di un’autobotte fanno più di 300. Ma se Total ha intenzione di trasportare meno petrolio rispetto a quello che si può lavorare a Tempa Rossa allora i numeri potrebbero tornare.

Il nostro è un calcolo approssimativo ma i numeri sono chiari e sono stati scritti nero su bianco sulla Valutazione d’impatto ambientale presentata da Raffineria di Roma spa. Questo (pagina 54 del documento scaricabile qui ndr) prevede di realizzare “modifiche impiantistiche presso il deposito di Pantano di Grano per l’implementazione di un sistema di ricezione, stoccaggio ed esportazione del greggio estratto dai giacimenti Tempa Rossa.” Nello specifico, come è possibile leggere nei documenti di sintesi, si “prevede la possibilità di garantire il transito settimanale di circa 22.950 metri cubi di greggio provenienti dal centro trattamento oli di Corleto di Perticara in Basilicata. Il trasferimento del greggio avverrà tramite autobotti e isocontainers, per un numero stimato massimo giornaliero di 170 mezzi aventi capacità di 30 metri cubi, che saranno caricati a 27 metri cubi. Dal deposito di Pantano di Grano, il greggio sarà quindi inviato, attraverso il reparto costiero di Fiumicino su nave a mezzo delle infrastrutture esistenti.”

Mappa dei giacimenti petroliferi in Basilicata

L’eterna lotta da Puglia e Basilicata
Un piano di riserva che per le sue problematiche logistiche non piacerà sicuramente ai francesi e così la questione non può far altro che prendere la strada della politica per un nuovo capitolo dell’infinita lotta tra francesi e italiani. Il tutto è nelle mani del Governo centrale mentre l’aria diventa sempre più pesante in un’altro conflitto politico molto di moda negli ultimi tempi quello tra Basilicata e Puglia.

Emiliano sembra fare muro contro le pretese francesi mentre dal ministero le voci parlano di un malumore del ministro che vorrebbe il governatore Pittella nel ruolo di mediatore nei confronti del collega pugliese. I rapporti tra i due però non sono dei migliori e la tensione sale, se Emiliano non si smuove il malumore in via Verrastro cresce perché il ritardo significa posticipare gli incassi e dopo i fatti della primavera del 2016 il petrolio così come le royalty, vera linfa dei progetti politici lucani, non scorre più come una volta.

Critica della ragion turistica

“Lo spettacolo è il capitale giunto a un tale livello di accumulazione da divenire immagine.”

[Guy Debord]

Lo sappiamo bene, viviamo in un mondo d’immagini. Ma, a ben vedere, sappiamo cos’è un’immagine? Dovrebbe essere un sostituto di un oggetto, d’un paesaggio, d’una persona. In noi l’accettazione dell’immagine del mondo prende sempre più il sopravvento rispetto allo sforzo di conoscerlo e viverlo di persona. Inoltre, grazie alla rete mediatica globalizzata, la velocità di diffusione delle immagini ha assunto un’accelerazione prima impensabile, ed è divenuta onnipresente all’interno di un ambiente tecnologico ormai planetario.

La pubblicità, la televisione, i nuovi media onnipresenti, sostituiscono l’illusione di conoscere tramite immagini preconfezionate allo sforzo di comprendere davvero. Il meccanismo dove si evidenzia più chiaramente questo processo di spettacolarizzazione del mondo è il fenomeno del turismo. Il dispositivo subdolo che governa gli spostamenti di un turismo da intrattenimento di massa è celato ma non del tutto invisibile. In virtù di questo si può soltanto ritrovare l’immagine ricevuta prima di una partenza: non si conosce, si verifica o giustappone, giacché le immagini prima di partire dilagano sui muri e sugli schermi tutt’intorno a noi.

Il viaggio, da un confronto con l’ignoto e la diversità qual era, diventa ben presto una sorta di verifica: per non deluderci, la realtà ritrovata all’arrivo del nostro spostamento dovrà assomigliare all’immagine che abbiamo ricevuto in partenza. Questo turismo si riduce allora alla visita di una finzione popolata di falsi altri, di copie di copie. Il problema cruciale è che in un’epoca in cui le copie assomigliano sempre più agli originali (anzi, a volte paiono meglio degli autentici perché più edulcorate e attraenti), il confine tra originale ed artefatto è sempre più impercettibile e alla fin fine si finisce con amare il simulacro in luogo dell’originale di cui si presume si fosse alla ricerca. Si sa che oggi le distanze tra un luogo e un altro del pianeta si sono enormemente accorciate.


di Raffaella Femia

I siti posti in comunicazione fisica, tuttavia, si sono allo stesso tempo allontanati, e ciò nella misura in cui un’umanità in costante movimento – ma dalla coscienza chiusa o non abbastanza matura – si è rapportata ad un’alterità culturale alla quale non era pronta. La figura tragicomica di questa dinamica è quella del turista: egli, giungendo in un luogo, non lo conosce – o si sforza personalmente di conoscerlo –, ma gli sovrappone l’immagine che ne ha ricevuto a casa, all’agenzia di viaggi o sullo schermo del computer: si ritrova in un ologramma edulcorato. Assistiamo così alla perdita della singolarità di cui i luoghi sono pervasi: il turismo diventa pericolosamente una sorta di appiattimento e svuotamento di senso originario. L’omologazione, insomma, è la penale che deve pagare la diversità quando è offerta o conosciuta con approssimazione.

Questa turistica fatalità si compie tanto più radicalmente quanto più, nel contatto con l’alterità di un luogo, non lo riconosciamo come tale – cioè altro – , ma gli giustapponiamo la maschera che desideriamo e che meno ci disorienta. Non rispettandone né l’identità né la località, lo annientiamo: per noi non esiste più un luogo con la sua specificità, bensì un non luogo. Certo, quella descritta è una delle possibili dinamiche di formazione del non luogo; esso non è tale perché sorge senza l’identità storico culturale che fonda appunto il luogo, ma è tale perché lo è diventato a posteriori: ridotto a mera coordinata geografica spettacolarizzata la cui immagine è prezzata come un prodotto in busta di supermercato – comprabile col denaro ma svuotato del proprio valore originario.

Nella Basilicata da scoprire chi misura la sostenibilità?

Blogger di “Punto e Basta”

Nella Basilicata dell’energia, dell’eolico e del petrolio, del mare e della montagna, dei sassi e del turismo sostenibile, manca una misura sulla sostenibilità e su quello che dovrebbe significare essere “sostenibili”


Dagli spot televisivi alle politiche del G7, ormai tutto parla di “sostenibilità ambientale”, ma quanto fumo a coprir l’arrosto?

Fare un’analisi senza numeri reali non è facile, figuriamoci con l’UE un po’ distratta. Partendo dal “macro” ed andando verso il locale, gli accordi sul clima e la sostenibilità ambientale non sono dotati di un vero regime sanzionatorio per gli inadempienti: il tutto è fatto praticamente in autocontrollo.

L’Europa sulle infrazioni e i danni ambientali arriva con una differita di anni, se non decenni, come nel caso delle discariche lucane multate dalla UE dopo decenni di traffici di rifiuti anche radioattivi, come per la Ecobas di Pisticci, immersa nei calanchi con nel ventre chissà cosa.

Oppure come per il Pertusillo, ove, già nel 2010, enti pubblici refertavano in apposite conferenze di servizi e problemi sulla potabilità dell’acqua, ma ancora ad oggi la UE aspetta prove, ancora non si sa su cosa. E poi, bypassando le responsabilità di governi e ministeri, arriviamo alla “sostenibilità” della Regione Basilicata, sbandierata ai quattro venti all’EXPO di Milano.

La Basilicata è sostenibile perché: incentiva l’eolico, incluso il mini-eolico, per lustri, con giunte che a seduta approvavano anche fino a tre-quattro parchi eolici, il tutto senza avere ancora un piano di tutela del paesaggio lucano.

Questa lucania può esserlo perché come diceva un “assessore-tecnico”, «…agricoltura e petrolio possono convivere…», basta non saper fare i controlli né per i fitofarmaci sulla prima né quelli ambientali sul secondo, tanto la bugia è sostenibilissima, soprattutto se si fonda un’agenzia per il controllo (Arpab) nel 1997, che ad oggi ancora denuncia una mancanza di personale e mezzi. La Basilicata è sostenibile perché nelle aree a vocazione agricola non abbiamo ancora un piano regionale per il controllo dei fitofarmaci in falda, nelle aree industriali le falde non si sa chi e come le controlla;


di Ilaria Laurenzana

i fiumi, soprattutto presso le foci, hanno visibilmente perso tracce di vita, soprattutto nella fauna ittica.

I controlli sanitari sulle sorgenti e le acque minerali secondo l’ASM non sono visionabili dal cittadino, idem per gli altri alimenti controllati dalle aziende sanitarie; una trasparenza la cui sostenibilità è difficile da intravedere.

La Basilicata resta sostenibile nelle divisioni sociali: i sindaci locali ammettono di non conoscere elenchi e criteri delle assunzioni in ENI e indotto, di conseguenza è sostenibile una polarizzazione sempre più incisiva dei poveri (tanti, malati ed esclusi da vita politica e sociale) a fronte di pochi ricchi, che possono fare politica, lobbing, spostare voti e, in alcuni casi, intercettare bandi e appalti.

La Basilicata è sostenibile perché la mafia è tanto invisibile (per gli ipovedenti) quanto efficace e strategica, definibile “bianca” secondo alcuni, anche se il nero petrolio le si addice di più. Sostenibile è una giustizia fatta di giudici “made in Basilicata”, e di prefetture che rilasciano le interdittive antimafia ad affari finiti.

La Basilicata forse lo è nel turismo un po’ genuino, un po’ politicizzato, un po’ campanilista, un po’ radical chic alla Matera 2019, dove, mentre nella città alta guardano alla cultura come bene materiale d’importazione, sotto nella Gravina si scarica la fogna da anni, in uno scorcio di paradiso patrimonio UNESCO.

A tutto questo non c’è cura perché tutto sommato non si ribella in massa, uno spazio dove qualche avanguardia fattiva si adopera e reagisce, mentre la massa aspetta di vedere come va a finire la lotta delle avanguardie, anche perché in paese si sa, meglio non farsi nemici.

È una sostenibilità della legalità a fasi alterne: dalla lotta agli allacci idrici abusivi di Acquedotto Lucano, che tuttavia non si tutela dall’inquinamento e rigurgita la propria acqua priva di un piano di tutela da oltre un decennio; dalla forestazione come ammortizzatore sociale alla cementificazione stellare dei suoli nei piccoli comuni, come Corleto Perticara. Dallo spopolamento senza colpevoli a cui dovrebbero rimediare i politici alle nomine politiche in tutti i settori; dal reddito di inserimento pagato con le royalties al ridimensionamento della sanità, in una regione ove lo stato di salute dei cittadini migliora sempre più; dalla legalità “prima di tutto” alle inchieste per disastri ambientali e traffici illeciti di rifiuti; dalla libertà di stampa ai parenti della politica in RAI.

Oggettivamente di sostenibile cosa c’è in Basilicata? Amara ironia a parte, facciamo il biologico vicino industrie e discariche, facciamo l’intensivo accanto a riserve e aree protette, i depuratori comunali non funzionano in molti casi, e il petrolio è un bene incontestabile sempre e comunque. Forse la verità in Basilicata è il primo bene non sostenibile, per i colpevoli, ma sarebbe la base del tutto.

Per fortuna sangue giovane ed esperto come quello che alimenta Southern Magazine è un faro nella notte, giovani formati ed agguerriti, liberi, che credono contemporaneamente nella stampa come nel web, un miracolo sostenibile, soprattutto se noi lettori daremo loro una mano concreta.
Ma allora questa Basilicata è proprio insostenibile. Cerchiamo risposte.

Devozione, pellegrinaggi, paganesimo e sviluppo economico: il turismo religioso della Basilicata

L’attenzione degli ultimi anni in Basilicata alla patrimonializzazione dei beni intangibili ha trasformato la devozione popolare e l’antica tradizione dei pellegrinaggi in turismo religioso. Il turismo religioso costituisce lo spostamento simbolico dei significati e delle motivazioni del viaggio: se da una parte il pellegrino e il devoto si spostavano per grazia ricevuta, per chiedere l’intercessione o per adempiere ad una promessa, dall’altra parte il turista religioso si sposta per evasione, divertimento e per tutto ciò che concerne l’approccio emozionale.

I pellegrinaggi a Viggiano per il culto della Madonna Nera, a Tolve per San Rocco di Montpellier, a San Fele per Santa Maria di Pierno, a San Severino Lucano per la Madonna del Pollino, a Ripacandida e Anzi per il culto di San Donato V.M., e anche i riti della settimana Santa nel Vulture, la Parata dei Turchi a Potenza, la Madonna della Bruna a Matera e tanti altri ancora, sono motivo di sviluppo turistico.

Il turista religioso procede spesso con lunghe camminate verso luoghi impervi e isolati, mete scomode difficilmente raggiungibili che assumono le caratteristiche dei pellegrinaggi di un tempo, generando un legame tra passato e presente; i luoghi del pellegrinaggio tradizionale e devozionale diventano mete per un turismo culturale (visitare i monumenti di culto), etico, naturalistico e salutistico.

Accanto alla promozione dei culti e dei santuari è stata realizzata una massiccia campagna di comunicazione sulle feste tradizionali e gli antichi riti pagani, come il Maggio di Accettura, il Carnevale di Satriano, i Fuochi di ginestre ad Anzi ed altri, che si legano in forma sincretica con i culti cristiani in un trionfo di emozioni, di consumo e di commercio.

Difatti questi momenti di “sacralità” attivano un impegnativo apparato economico di commercializzazione del sacro, in virtù del quale i turisti e i curiosi soggiornano, visitano i luoghi di culto e non si sottraggono all’acquisto dei “souvenir religiosi”, la testimonianza tangibile della propria presenza. La Basilicata, anche attraverso la promozione del territorio con i film – Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, The Nativity Story di Caterine Hardwicke, The Passion di Mel Gibson, King David di Bruce Beresford – si propone come destinazione turistica per il turismo religioso aprendosi anche a contesti stranieri.

La presenza di un ricco patrimonio antropologico, culturale e naturalistico offre una proposta di turismo religioso unica e inimitabile, una possibilità in più per il viaggiatore che vuole conoscere e percorrere i sentieri della Basilicata.

Viaggio di un lucano in Lucania

In queste parole voi lettori il gusto del vino o il sapore dell’olio non lo dovete sentire, quelli sono buoni e lo sappiamo. In queste due pagine deve svelarsi tutto quello che li promuove e li vende al mondo, qui dovete sentire il fruscio dei mezzi che accompagnano i nostri “supporter” votati (che sta per voto politico e voto religioso) a far scoprire la Basilicata. Una delle missioni della promozione lucana è la costruzione di un brand Basilicata da diffondere nel mondo, attraverso nuovi e tradizionali mezzi di comunicazione. La promozione funziona e il brand ‘Basilicata’ gode di ottima salute ma il resto, le infrastrutture e la concretezza dell’accoglienza turistica restano solo una mera illusione ciecamente trascurata dai politici da spot. Si parla tanto dell’offerta turistica lucana, ma, se si esclude il dovuto supporto dato a Matera, le iniziative di piccole comunità come Castelmezzano e Sasso di Castalda, il ritorno dello spettacolo della Grancia e poche altre, il resto è solo un susseguirsi di spot che alle spalle hanno poco e a volte proprio niente. Noi di Southern Magazine abbiamo deciso di visitare la nostra regione come fossimo “turisti per caso”, lo faremo per tutto il territorio e abbiamo iniziato dal Vulture alla ricerca delle radici dei suoi tesori: l’Aglianico e l’olio.

Con questa intenzione abbiamo preso la strada per il nord della Lucania nella giornata del 21 giugno, primo giorno d’estate. Qui nello splendido paesaggio abbiamo trovato tanto sole e poco altro. L’unica accoglienza è formata dalle cantine che singolarmente, e solo su prenotazione, accolgono il turista. Siamo stati a Rionero, e nulla. Siamo andati a Barile, e quella che doveva essere una casa del vino, anzi un ConVento, è chiusa, come ci è stato riferito da un abitante della zona: «È stato aperto per poco, ora sembra che sia praticamente fallito». Dopo una sosta per il pranzo nell’unico ristorante aperto di Barile, un bicchiere di vino e un piatto di pasta delizioso, ci restava solo Venosa, città del poeta Orazio e stupendo esempio di quello che offre la nostra regione. Ma anche qui le difficoltà sono evidenti e l’unica nota positiva è una lunga chiacchierata con due coppie di turisti, una pisana e l’altra bergamasca, davanti ai cancelli chiusi del parco archeologico di Venosa. Il caldo è afoso ma le due coppie di turisti sembrano apprezzare la nostra regione: «Tutto bellissimo – ci dice Paolo di Bergamo – sono un appassionato di storia e ho scoperto una regione affascinante ma un po’ disorganizzata. Le chiese sono chiuse, i vari posti dove siamo stati non hanno quasi mai uffici informativi e molte delle cose che troviamo sulle guide e su internet poi non le abbiamo riscontrate nella realtà». Il discorso è pressoché lo stesso per la coppia di Pisa: «Noi abbiamo passato una settimana a Maratea, tutto bellissimo, una vera scoperta! Ora vogliamo vedere il resto ma qui a Venosa abbiamo trovato tutto chiuso, speriamo non sia lo stesso per le prossime tappe». Un po’ contrariati e abbastanza accaldati cerchiamo di difendere a spada tratta tutto il sistema Lucania, elogiando la nostra storia e tutte quelle cose bellissime che anche loro, i turisti del nord, conoscono bene. Matera è sempre il faro di questo percorso di scoperta, ma anche il Vulture, il Pollino e i due mari; riusciamo a spuntarla e lasciarli con un sorriso e tanta curiosità.

Gran Caffè

Riapre il salotto buono di Potenza

Nel continuo ricostruire il proprio vestito urbano, la città di Potenza ha da sempre visto l’antico e il nuovo convivere, specialmente nel suo centro storico in continua trasformazione. I grandi palazzi e gli edifici in pietra coesistono da sempre costretti nella morsa del crinale appenninico del nostro centro, riciclando su se stessi ogni nuova costruzione. In questo marasma urbano, anche gli abituali punti di aggregazione sono mutati.  Nel corso del ‘900 uno dei ritrovi più frequentati dall’intera comunità intellettuale della città è stato da sempre un caffè nel cuore dello “struscio” cittadino, il Gran Caffè Italia, che divenne punto focale per via della centrale posizione sotto i portici del palazzo delle Generali, di fronte alla Prefettura. Anche la storia del celebre caffè è stata condizionata della follia urbanistica della città, tante sono state le chiusure e tante le ripartenze, fino all’ultima a firma della pasticceria La Delizia di Piero D’Alaimo, accetturese di nascita come il commendatore Antonio De Luca, primo proprietario nel dopoguerra e padre dello storico nome “Gran Caffè Italia”. La nuova proprietà ha colto questa sfida come un impegno civico, in quanto la chiusura di questo storico locale è stata l’ultima coltellata ad un centro città sempre più vuoto. Averlo ripristinato non può che essere un segnale diretto alle istituzioni, che un tempo lo frequentavano assiduamente per la colazione e che, senza batter ciglio, avevano trovato nuove abitudini.
Il nuovo Gran Caffè La Delizia non ha perso lo spirito di una volta e, in vesti nuove e scintillanti, non lascia nulla al caso, tornando a riprendere quelle iniziative culturali fulcro di un’agenda dall’antico sapore: libri, pittura, musica e poesia rivivranno tra i tavolini e le tazze profumate di caffè. Se la rinascita del nuovo “salotto” potentino segna un’inversione di tendenza, lo stesso non si può dire per l’interesse della politica nella riscoperta della cultura come forza trainante di una ripresa. È forse nella memoria, in quei posti capaci di lasciare un segno nel cuore di tante generazioni che risiede la soluzione, il ritrovare quegli ideali ormai segnati da abitudini di consumismo sfrenato. E se, come scrive Erri De Luca, “a riempire una stanza basterebbe una caffettiera sul fuoco”, così a riempire una piazza basterà un Gran Caffè con il suo nuovo aspetto moderno e il suo animo da vecchio saggio.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la “lucanità”

Tra ponti sospesi, voli su dirupi e paesini da riscoprire, la nostra Lucania si rivela una terra d’avventuraSouthern

La Basilicata, oggi sempre più terra per avventurieri e cuori impavidi, ha svelato una nuova attrattiva riservata agli amanti della natura. Si tratta di un ponte d’acciaio che taglia il cielo, dove l’anima della nostra regione resta sospesa tra roccia, natura e piccoli paesini dall’antica identità. Parliamo del “Ponte alla Luna”, un’attrazione capace di trasformare il piccolo borgo di Sasso di Castalda da luogo sconosciuto ai più in una località frequentata da migliaia di visitatori nell’ultimo mese. L’esser sospesi nel vuoto, come accade anche a Castelmezzano con il “Volo dell’Angelo”, sembra esser diventato un nuovo, spettacolare punto di vista per apprezzare la nostra terra inesplorata. Così inizia il nostro viaggio d’avventura…


Foto di Michele Lilla

Il Ponte alla Luna

Il nuovo attrattore Ponte alla Luna, inaugurato a Sasso di Castalda (PZ), riassume in un colpo solo brivido e natura. Un’esperienza incredibile, una passeggiata su due ponti tibetani sospesi nel vuoto rispettivamente a 70m e a 120m di altezza, un paesaggio unico tra gli incontaminati boschi dell’Appenino Lucano. L’opera è dedicata all’ingegnere della NASA Rocco Petrone, originario del luogo e responsabile della missione spaziale Apollo 11 del 1969 che portò Neil Armstrong sulla Luna.


Foto di Ilaria Laurenzana

Museo dell’Utopia – Campomaggiore

L’utopia sociale e architettonica voluta dalla famiglia Rendina rivive oggi nel Museo Scenografico dell’Utopia. L’allestimento del museo, curato dalla società lucana EES, è un perfetto esempio di prodotto culturale innovativo che, grazie alla commistione di media artistici differenti, immerge il fruitore in un’esperienza unica e memorabile: questo moderno percorso didattico ed emozionale si compone infatti di immagini, filmati, scenografie e installazioni con effetti speciali.

 

Cascate di San Fele

Le cascate di San Fele rappresentano un’avventura “acquatica” senza pari in Lucania: gli scenografici balzi che le acque del Bradano sono costrette a compiere per attraversare il territorio del piccolo borgo lucano danno infatti vita ad un paesaggio magico, capace di attirare sempre più visitatori ogni anno. Articolandosi lungo le vecchie mulattiere di montagna, i percorsi per le escursioni che serpeggiano attorno alle cascate presentano vari livelli di difficoltà e sono studiati per far apprezzare al meglio la straordinaria bellezza del posto.

Foto di Ilaria Laurenzana
 Il Volo dell’Aquila
In molti ricorderanno il film con Richard Burton e Clint Eastwood, Dove osano le aquile (1969), con un gruppo di agenti anglosassoni impegnati nella liberazione di un ufficiale, prigioniero in un castello sito sulla punta di un monte impervio. Ebbene, nel piccolo comune lucano di San Costantino Albanese (PZ), il richiamo alle aquile si realizza in un’esperienza esaltante: un volo tramite un cavo traente che trasporta il veicolo denominato Aquila tra due stazioni poste a valle e a monte, il tutto nel meraviglioso Parco del Pollino.
Il Volo dell’Angelo
Nell’incantevole scenario delle Dolomiti lucane, e più precisamente tra i comuni di Castelmezzano e Pietrapertosa in provincia di Potenza, è possibile sperimentare la gioia di volare. Senza nessun deltaplano ma semplicemente grazie ad apposite imbracature e ad una fune metallica, che collega le alture dei due paesi, in molti si concedono il piacere di ammirare panorami mozzafiato, tra il verde e le rocce, sospesi nel cielo, come gli angeli.
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