Un’attrice lucana: intervista a Egidia Bruno

Iniziamo la nostra conversazione con una domanda sulla Basilicata. Lei vive a Milano, lavora come attrice nei teatri del nord ma quest’estate è stata molto in giro per la Lucania per mettere in scena i suoi spettacoli, da San Severino ad Aliano, da Montalbano Jonico fino alla “sua” Latronico. È sempre difficile essere profeta in patria?

Credo di sì, ma è una cosa piuttosto comune a tantissimi artisti. È un classico: quando porto un mio lavoro in Basilicata, specie nel mio paese di origine, Latronico, ho sempre maggiori difficoltà organizzative che altrove. Negli anni ho cercato di darmi delle spiegazioni e una di queste è che quando sei nato e cresciuto in un piccolo pae- se, così come è stato per me, la comunità, pri- ma che come artista, ti conosce come individuo, come quello che “appartiene” a quella famiglia e dunque spesso ha quel tipo di confidenza con te che non ti fa considerare in quel momento principalmente come un professionista dello spettacolo ma, nel mio caso, come “Ggiddia Bruno, quedda che ha voluto sempre fa l’attrice”. Inutile dire che questa “confidenza” che di base è una cosa molto bella, spesso poi nella pratica complica anche le cose più semplici ed è sempre una lotta. Fortunatamente gli spettacoli che propongo piacciono sempre molto e per me è ogni volta una grande emozione rappresentarli in luoghi, come la piazzetta di quest’anno, dove giocavo da bambina.

In questa Basilicata piena di contraddizioni, molti hanno riposto grande fiducia su quello che potrà dare al territorio Matera 2019. Lei come hai trovato la Basilicata e i lucani? Le sembrano “vivi” da un punto di vista culturale al futuro? Le piace come viene raccontata la nostra regione?

Matera 2019 è sicuramente una grande, gran- dissima opportunità per la Basilicata. Sarebbe però un grosso errore puntare solo su questo per riscattare una regione di cui fino a qualche anno fa il resto d’Italia ignorava persino la collocazione geografica. In un mio monologo di un bel po’ di anni fa, Io volevo andare in America e invece so’ finita in India (scritto con Riccardo Piferi, autore di Paolo Rossi), quando ero nel Nord e Centro Italia, all’inizio dello spettacolo nel quale assimilavo l’India alla Basilicata per tutta una serie di motivi, facevo sempre un cen- simento per capire se tra il pubblico ci fossero dei lucani e tenevo una vera e propria lezione di geografia per spiegare dove si trovasse la Basilicata. Se c’era qualche lucano, alla fine veniva sempre a ringraziarmi. Questo per dire che uno dei nostri problemi è sempre stato quello di non avere un’identità forte, forse perché schiacciati da tre regioni confinanti che invece ce l’hanno sempre avuta, specie la Campania e la Puglia.

A mio avviso dovremmo lavorare sulla nostra autostima, ri-cercare e proporre un nostro modello e non rincorrere e scopiazzare modelli altri e lontani da noi. È un discorso lungo e complesso. Faccio un esempio banale: se vado in un locale del centro storico di un bel paese lucano e ordino un panino che si chiama “Calanchi”, mi aspetto che dentro ci sia un buon prodotto locale, del buon formaggio lucano e non l’Emmental, come mi è successo. Questo è un momento in cui la Basilicata è sotto i riflettori e bisogna approfittarne. Alcune esperienze in tal senso lo stanno facendo, ma secondo me bisogna stare molto attenti agli sprechi e dare più rilievo e supporto al micro che non al macro. Altrimenti il racconto che “finalmente” si sta facendo della nostra regione rischia di essere falsato e diventa un’occasione mancata per puntare sulla nostra identità più autentica, affinché l’esperienza sia duratura e non un trend da rimpiazzare con quello successivo.

In Basilicata si è investito moltissimo sul cinema negli ultimi anni, con un ritorno d’immagine davvero importante per la nostra terra. Eppure, ai maggiori eventi e agli incontri più importanti riguardanti la “settima arte” viene dato spazio all’interno di kermesse, a mio avviso, autoreferenziali. Allo stesso modo la scena teatrale lucana, pur godendo di ottima salute, resta ancorata all’idea di “arte di nicchia”, fruita da pochi e avulsa dal contesto interregionale perché poco pubblicizzata. Lei, da donna di spettacolo e di teatro quel è, crede ci sia una soluzione a questo isolamento? Se sì, quale potrebbe essere a suo avviso il modo migliore per coinvolgere la gente lucana?

Premesso che è un’ottima cosa che vengano girati tanti film e fiction in Basilicata, mi ricolle- go però al discorso di prima, ponendo questo dubbio: siamo sicuri che tutti gli investimenti economici che si stanno facendo, oltre che a produrre un importante ritorno di immagine, stiano creando anche opportunità sul territorio, costruendo delle professionalità e una continuità operativa? Circa la scena teatrale lucana, vivendo a Milano, ne conosco poco le dinamiche. Vedo che ci sono realtà che stanno crescendo e mi piacerebbe conoscerle di più. Per quanto mi riguarda, quando lavoro in Basilicata è quasi esclusivamente grazie ai contatti costruiti nel tempo con le amministrazioni locali o all’attenzione di gruppi e singoli che mi seguono, quasi mai perché presa in considerazione dai circuiti teatrali regionali.

In W l’Italia.it… Noi non sapevamo, uno dei suoi spettacoli più belli e interessanti in scena quest’estate in versione ridotta al Festival della Cultura Meridionale di San Severino Lucano, lei parla della storia dell’Unità d’Italia e delle tante questioni omesse dagli storiografi: come considera l’idea di proclamare una giornata della memoria meridionale? Mozione già approvata dai consigli regionali di Puglia e Basilicata, ma che a Potenza qualcuno già si affretta a rinnegare.

In linea di massima non ho niente in contrario, anzi. Ma onestamente non credo sia una cosa fondamentale per parlare di “questione merdionale”. Le commemorazioni sono importanti nella misura in cui alle parole seguono i fatti. Lo dico io che ho scritto e portato in scena uno spettacolo sulla memoria storica del Sud. Ma se, come spesso sto vedendo, la memoria diventa un rifugio nostalgico per non guardare e dare risposte al presente o, peggio, per riproporre modelli ormai anacronistici per quella che è la nostra realtà attuale, questo fa sì che sia una memoria sterile e anche pericolosa. Cantare in coro e con passione “Brigante se more” è molto suggestivo ed è molto aggregante e
va bene avere come modello di riferimento Carmine Crocco nel Meridione d’Italia del 2017, in special modo in Basilicata, purché questo significhi, a mio avviso, essere attenti, sensibili e attivi rispetto alle nostre risorse e alla gestione di queste.

Prima di congedarci e ringraziarla per questa piacevole e preziosa conversazione, vorrei chiederle di tirare le somme sulla “sua” estate lucana, sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista personale.

Il bilancio della mia estate lucana è assolutamente positivo. Ho portato in giro quattro diversi spettacoli, tre miei – Cunti di casa; W l’Italia.it… Noi non sapevamo; No tu no. Omaggio a Enzo Jannacci – e uno come interprete, Mille anni: l’inizio, tratto dal romanzo Premio Campiello di Mariolina Venezia, e la reazione del pubblico è stata sempre molto partecipe quando non addirittura commossa. Sono con- tenta di aver coinvolto i “miei” lucani nelle sto- rie che ho raccontato. Ed è stato emozionante aver portato a Latronico il mio omaggio a Enzo Jannacci, col quale ho avuto l’onore e il piacere di lavorare per diversi anni. Mi chiedeva sempre della “Basilucania”, come la chiamava lui. Non capiva perché avesse due nomi. Gli dissi che era una terra fortunata ma non sapeva di esserlo.

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