Stupor Lucania, viaggio di un Imperatore nella Basilicata del XXIsecolo

 

Se oggi l’imperatore Federico II di Svevia riapparisse per magia qui, di fronte a me, in Basilicata – una delle sue terre d’elezione –, sarebbe ovviamente incredulo, e comincerebbe a scrutarmi con sguardo interrogativo. Di sicuro, resosi conto dei luoghi familiari, preso dalla nostalgia, vorrebbe tornare a vedere uno dei suoi castelli estivi preferiti – lì sulla collina di Lagopesole – dove passava le estati a caccia con i suoi amati rapaci.

Arrivandoci, sarebbe allibito nel costatare che tutto intorno ci sono degli strani mulini a vento che infrangono la linea dolce delle colline con altezze spropositate, e che insidiano con clangori sinistri e monotoni l’austero silenzio delle creste, lo stesso che lui amava ascoltare prima delle preghiere vespertine. “Cosa sono mai?!”, mi chiederebbe allibito, “A che servono?”. “Sono pale eoliche, signore, e producono energia, più o meno come i mulini a vento”, risponderei al grande imperatore.

Federico II di Svevia – Palazzo reale Napoli

Se insieme proseguissimo il viaggio a sud, verso le ridenti zone della Val d’Agri, e capitassimo malauguratamente in corrispondenza di uno dei pozzi petroliferi, ancora più allibito di prima, l’impera- tore Federico mi domanderebbe: “E questi cosa sono mai? A che servono, di grazia?”.

“Servono a estrarre energia, come i mulini a vento di prima, più o meno”, dovrei rispondere con tono evasivo per non incappare in questo argomento complesso e delicato. “E dunque qui si produce energia per tanti popoli! Ma perché mai? Qui non siete così tanti!”, esclamerebbe indicandomi le valli disabitate e i monti nudi. “Ma questa, signore, non è energia nostra, noi ne prendiamo pochissima…”, dovrei limitarmi a rispondere all’imperatore incredulo.

Se poi continuassimo il giro per le sue terre lucane e capitassimo nei pressi del lago Pertusillo, proprio in uno di quei momenti di annerimento delle acque, mi chiederebbe: “E quale cosa oscura capita mai a que- sto lago?”. “Dicono, signore, che sono alghe, ma altri hanno le prove che il liquido nero – che si prende dai pozzi di prima – inquina le acque la- custri”, dovrei rispondere con dispiacere. A quel punto Federico II di Svevia inizierebbe a scuote- re il capo risentito. “Ma insomma, che succede nelle mie terre elette!?”, mi domanderebbe a bruciapelo.

A quel punto anch’io inizierei a scuotere il capo, e ad abbassare la testa con vergogna, per giunta. Di sicuro, passato il disappunto, l’imperatore vorrebbe poi visitare il suo amato castello di Melfi, dove egli stesso emanò le Costituzioni del regno. “Non è in cattive condizioni”, direbbe, “Ma cosa è diventato? Non c’è quasi nessuno ad abitarlo!”. “Ora è un museo, signore. Ma non ci viene quasi nessuno. Servirebbe a testimoniare ai passanti e agli stranieri la grandezza e la saggezza del vostro operato”, gli direi. “Ma la grandezza e la saggezza del mio operato doveva servire a illuminare anche voi, i miei eredi!”, esclamerebbe l’imperatore. “Ricordate, anche voi siete i miei successori e dovete mantenere vivo e arricchire il regno che inaugurai!”, mi direbbe incoraggiandomi.

Castello di Melfi, foto di Rocco Colucci

“Sire, qui quasi nessuno si ricorda più di voi, se non in parte nei libri. Mi dispiace. Soprattutto quasi più nessuno si ricorda delle vostre terre elette e, chi non le devasta, le tratta male o le abbandona a se stesse”, gli confesserei abbassando ancora il capo. “Questa estate, ad esempio, molti boschi sono andati a fuoco e, spesso, nessuno ha po- tuto salvarli”. A quel punto, dopo un momento d’amarezza, credo che Federico II cercherebbe l’intesa nel mio sguardo.

“Vorrei rivedere e mostrarti dei luoghi cui ero affezionato, torniamo nella zona di Lagopesole? Laggiù ci sono sempre i nibbi reali, i gheppi, i falchi, vero?”. A quel punto assentirei e lo seguirei senza indugio, fino a quando scomparirebbe nel nulla, così com’era misteriosamente apparso.

 

ICONOGRAFIA DI UN IMPERATORE: Molte sono state nella storia le immagini raffiguranti uno dei più importati sovrani che hanno influenzato la storia del meridione d’Italia. L’iconografia di Federico II, fonte di propaganda durante il suo regno e nei secoli successivi, è controversa ed è stata utilizzata svariate volte per sostenere l’importanza dell’eredità del grande sovrano. Abbiamo scelto la statua scolpita nel XIX secolo da Caggiano, ultima iconografia in ordine di tempo del sovrano, custodita nel Palazzo Reale di Napoli. Nella città partenopea il sovrano ha fondato la prima universitas studiorum statale e laica della storia occidentale lasciando un impronta decisiva all’evoluzione della società occidentale.

La Calata

«Me ne torno giù». Da Roma ad Albidona a piedi. “La Calata” di Michele Laino.

«C’è chi resta e chi torna perché invece crede, molto semplicemente, che giù si possa vivere e si possa fare tanto».

Per molti giovani che vanno via dalla propria terra in cerca di lavoro e di maggiori opportunità, ce ne sono altri che restano e ce n’è uno in particolare, il 27enne laureato in fisioterapia Michele Laino che, dopo 8 anni vissuti a Roma, ha deciso di tornare in Calabria, ad Albidona, nel suo paese di origine. Un caso in cui non solo non si parla di “fuga dei cervelli” ma di un ritorno nella maniera più “lenta” possibile. Michele ha deciso infatti di percorrere circa 640 km a piedi, da Roma ad Albidona attraversando 4 regioni e 31 paesi. “La Calata” è il nome che il giovane ha deciso di dare alla sua impresa solitaria che è partita il 19 aprile da Piazza San Pietro. Il viaggio si è snodato sulla via Appia per poi giungere sulla SS92, fino ad Albidona, ed è terminato il 29 maggio scorso nella piazza del suo paese natio, accolto dall’abbraccio della sua comunità e da una folta rappresentanza di alcuni centri da lui visitati. Ad attenderlo il premio speciale “NOSTOS 2017” ideato dal comune cosentino che, come ribadito dal Sindaco di Albidona, vuole essere il primo di una lunga serie di riconoscimenti per futuri ritorni.
Ma perché Michele ha deciso di tornare nel piccolo centro dell’Alto Jonio nonostante la sua vita lavorativa soddisfacente, in una realtà in cui i dati della disoccupazione giovanile sono sempre più allarmanti? «Tornare – ha spiegato – significa, obiettivamente, reimmergersi nello stesso mondo da cui sei scappato, perché in 8 anni le cose non cambiano, soprattutto in un contesto notevolmente e notoriamente statico, semmai peggiorano. Tornare giù significa, dunque, cambiare il tuo punto di vista, vedere il buono lì dove non lo vedevi, vedere possibilità nello stesso luogo che hai lasciato proprio perché di possibilità non ce n’erano». Una scelta che va ancor di più controcorrente se si pensa che la voglia di tornare di Michele «non è affatto legata ad una mancata realizzazione
lavorativa o a problemi economici derivanti dal vivere in una grande città». «La mia vita lavorativa – racconta il giovane di Albidona – godeva, proprio nel periodo della decisione di trasferirmi, di una notevole ascesa sia a livello economico che di gratificazione personale. Semplicemente, il motivo della mia decisione è stata la consapevolezza che quello non era il mio posto nel mondo e né i soldi né un lavoro gratificante avrebbero mai alleviato questo mio malessere». Michele nel suo cammino solitario ha raccontato ed ascoltato storie di “resilienza”, di chi ha deciso di restare o di tornare, di investire sulla propria vita nella propria terra, nelle tappe dislocate tra Lazio, Campania, Basilicata e Calabria. Il progetto è stato supportato dal Comitato UNPLI di Basilicata, rappresentato ad Albidona dal presidente della Pro Loco di Corleto Perticara. Si è calato lentamente – spiega – nel meridione d’Italia, per scoprirne le bellezze sia paesaggistiche che umane. Quello di Michele non è stato solo un viaggio personale, ma un vero e proprio progetto sociologico, antropologico e di turismo sostenibile.

A sud di nessun nord


Foto di Donato Palumbo

Quando mio padre mi mandò a cercare il primo confine, ero ancora un ragazzino.
“Domani sul presto vai a trovare l’est”, mi disse, e non aggiunse altro.
Camminai per ore nella direzione che mi aveva indicato, ma alla fine l’Est non lo trovai.
Intravidi solo l’orlo di una collina e osservai il sole che cominciava a sorgere in lontananza.
“Allora?”, domandò mio padre vedendomi tornare sconsolato.
“Niente, non l’ho trovato. C’era però il sole che sorgeva in lontananza. Era bello”, risposi.
Mio padre sorrise.
“Allora più tardi cercherai l’ovest”, mi disse sperando di rincuorarmi.
Pranzammo assieme e m’avviai già nel primo pomeriggio. Camminai a lungo in direzione
del sole che tramontava e mi soffermai a guardarlo calare dietro i rami tremolanti dei pioppi
sul torrente.
Era ormai quasi buio e m’incamminai per tornare al più presto verso casa.
“Trovato?”, domandò mio padre con un sorriso.
“Niente. Però ho visto il sole tramontare dietro i pioppi. Era molto bello”, risposi.
“Domani allora andrai alla ricerca del nord”, mi disse e mi augurò la buona notte.
Quella notte non dormii, non riuscivo a capire. Quando mi svegliai al mattino presto, mio
padre era già in piedi. Mi preparò la colazione e poi m’indicò quello che doveva essere il nord.Camminai verso il bosco di faggi che mi aveva indicato e lì cercai per bene il nord. Non lo trovai, ma vidi un muschio verdissimo e umido ricoprire i piedi dei faggi. Lì mi fermai a riposare e a prendere il fresco. Dopo molte ore di cammino rientrai finalmente a casa, stanco della lunghissima camminata e demoralizzato ancor più del giorno prima.
“Questa volta l’hai trovato?”, domandò mio padre sorridendomi ancora.
“Nemmeno”, risposi sconsolato buttandomi sul divano.
“Ma sono sicuro che domani troverai il sud!”, e m’indicò dalla finestra il cammino da intraprendere l’indomani.
Neanche quella notte riuscii a dormire. Continuavo a non capire. Mi avviai al mattino presto in direzione delle colline che mio padre mi aveva indicato la sera prima. Camminai per ore cercando il sud senza trovarlo. Mi ritrovai su delle colline brulle e m’inoltrai. Erano secche, rugose, senz’erba. Senz’altro dovevano essere i calanchi, come li chiamava mio padre. Faceva caldissimo, non c’era un filo di vento, ma fortunatamente c’era un fico selvatico sotto il quale ripararsi dal sole. Quando la calura passò, ritornai verso casa, sudato e stremato.
“E allora?”, domandò mio padre che mi aspettava sull’uscio di casa.
“Neanche questo”, risposi sconsolato, “Sono finite le vacanze e non ho trovato niente!”.
Mio padre mi guardò, accarezzò i capelli e poi m’invitò a sedermi insieme a lui sugli scalini dell’ingresso.
“Figlio mio, hai camminato per vedere il sole sorgere sulle colline e hai camminato per vederlo tramontare dietro i pioppi. Hai camminato per scoprire il muschio sui faggi e hai camminato sui calanchi che bruciavano sotto il sole. Credi di aver capito?”, mi domandò.
No, non avevo capito. Solo oggi, dopo aver immaginato di sapere cosa fosse il sud e il nord del mondo e aver tanto girato a vuoto, ho capito che mio padre voleva in realtà insegnarmi che dovevo camminare per crearli con i miei occhi. Oggi, che devo regolare i miei passi alle luci dei semafori e il mio tempo con le corse delle metropolitane, vorrei dirti questo. Camminare non è la soluzione a tutto, ma quasi. Quando sei chiuso a casa e i pensieri ti assalgono, il presente ti opprime e il futuro si chiude e tu sei ridotto a una palla di polvere senza più volontà, ascolta: metti le scarpe, infila di corsa la strada, non importa sia freddo o caldo, non importa piova o nevichi, non importa che tu non abbia più niente da fare o creda che sia ormai tutto inutile… vai e cammina! Soprattutto scegli le strade che non conosci e, se non ne trovi, inventale!
Così, a un certo punto, stremato, saprai finalmente com’è stare a sud… di nessun nord.

Registrazione Tribunale di Potenza N. 34/2017 R.G.

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