Serbatoio d’Italia, tra acqua e siccità

In un racconto poco limpido quello che c’è da sapere sull’acqua della Basilicata

 

“Siamo ricchi d’acqua in Basilicata” è un luogo comune, “l’acqua in Basilicata è ormai contaminata” è un luogo comune più recente, ma chi ha ragione? Tutti e due, e perché? Siamo il serbatoio idrico della Puglia, abbiamo riserve naturali che sull’acqua basano la loro biodiversità, abbiamo invasi tra i più grandi d’Europa, grazie ai nostri fiumi fertili pianure sono oggi il nostro bacino agricolo, e poi le nostre acque minerali girano per l’Italia con marchi commercialmente consolidati.

Dall’altro lato non ci siamo mai dati, come la UE chiede, un piano di tutela delle acque, sia superficiali che di falda, abbiamo lasciato grandi bacini idrici in preda all’industria e all’agricoltura intensiva, praticamente l’acqua l’abbiamo solo sfruttata ma mai difesa e studiata, infatti oggi i petrolieri ci dicono che le contaminazioni sono “naturali”, forti di una regione che non ha mai fatto una fotografia della qualità dell’acqua prima degli impatti (punto zero – bianco ambientale).

Alcune settimane fa il Ministero della Salute ha ritirato alcuni lotti di un’acqua minerale lucana, eppure le aziende dovrebbero autocontrollarsi e bloccare da sole le anomalie, e invece dentro c’era un batterio tossico per l’uomo che ormai in Basilicata ogni anno fa parlare di sé per la presenza nell’acqua potabile e nelle fontane pubbliche. Invasi come la Camastra o Monte Cotugno non hanno sul sito dell’ARPAB una sola analisi pubblicata, il Pertusillo sarebbe da bonificare ma in Italia queste emergenze non devono essere riconosciute, e non abbiamo ancora un serio ed esteso monitoraggio della presenza dei fitofarmaci nelle aree agricole regionali.

Idem per l’acqua irrigua: chi ne conosce la qualità? Eni paga l’acqua meno rispetto ad alcune fasce tariffarie previste per l’agricoltura, probabilmente in alcuni punti della regione perdiamo oltre il 50% dell’acqua immessa in rete e non sappiamo in che stato operino i lavoratori di analisi di Acquedotto Lucano che sempre per un altro luogo comune pare che “distribuisca meglio le occasioni di lavoro dell’acqua” grazie alle nomine dirette.

Non c’è un portale web che pubblici le analisi complete sulla potabilità, le analisi chimiche delle acque minerali non sono pubblicabili, non conosciamo la qualità media di falde, fiumi e canali e la qualità/quantità di cloro usato per la disinfezione, tematica quest’ultima sulla quale sta indagando la Procura di Bari. Purtroppo anche in Basilicata, per sopperire alla marcescenza della rete idrica, si imbottisce l’acqua di cloro. E questo per quello che riguarda l’acqua dolce…

Le nostre coste invece, nonostante la certificata balneabilità da “vele e bandiere” di ogni colore e forma e di dubbia provenienza, ricevono gli impatti di fiumi e canali ormai carenti di vita e ricettori finali di impatti civili, industriali e agricolo-zootecnici. Abbiamo il Basento, tra i fiumi più compromessi d’Italia, che sfocia nel centro del nostro turismo e stranamente solo a fine stagione qualcuno si accorge che i locali depuratori non funzionano bene.

Mai studiati i sedimenti marino-costieri o delle foci, le idrovore quando aperte sversano a mare ogni ben di Dio e solo adesso qualche sindaco inizia ad applicare la legge della non balneabilità presso le foci, il tutto mentre a Rotondella si continua a scaricare in mare l’acqua del centro nucleare dell’ITREC. All’attento ma ignaro lettore, la Basilicata descritta così può sembrare una regione enorme, invece in 10.000 Kmq siamo riusciti a infilarci dentro di tutto: discariche sanzionate dalla UE, inceneritori, cementifici, oltre 400 pozzi minerari scavati, petrolio, centri di trattamento reflui industriali, due SIN e un centro nucleare, il tutto fregandocene altamente della nostra grande ricchezza idrica, minacciata quest’anno anche da una siccità senza precedenti.

Lucani a bassa voce

Sovvertire l’universo simbolico per rigenerare il tempo I carnevali della Basilicata tra fertilità, sovvertimento e turismo


Foto di Francesco Traficante

Il carnevale è la via d’accesso privilegiata al sovvertimento e al cambiamento dell’universo simbolico. Nel tempo rituale (che è sempre ciclico) la Natura “muore” in inverno, tocca così al tempo festivo assumere su di sé il bisogno di sovvertimento di questo stato di cose, per rigenerare e rigenerarsi. Di questa necessità si fa carico il carnevale, che si rinnova e si costruisce nel linguaggio della corporeità nella sua essenza materiale. Gli attori sociali si trasfigurano negli attori della fertilità, dell’abbondanza e della rinascita per ristabilire il tempo rituale. Un sovvertimento ben programmato che deve negare l’ordine sociale e al contempo riaffermarlo. La fenomenologia del Carnevale in Basilicata si veste di diverse implicazioni teoriche, presenta figure arcaiche protagoniste dei momenti della fertilità o di derivazione greco-romana in opposizione ad alcune figure peculiari che rappresentano la distruzione. A Tricarico sono esseri antropomorfi che impersonano la Mucca e il Toro nei momenti dell’accoppiamento, a Satriano di Lucania sono degli uomini-albero che vivono nei boschi e a Teana l’orso, simbolo di fertilità. A San Mauro Forte sono protagonisti i campanacci che incarnano il maschile e il femminile, a Lavello i “Domini” che cercano di conquistare le donne, ad Aliano le “Maschere Cornute”, a Cirigliano le maschere dei mesi dell’anno e a Viggianello le maschere di paglia che vengono poi bruciate in un falò. A Montescaglioso, ad Anzi e in altri comuni c’è “Carnevalone”, il vecchio da eliminare per permettere sia la rigenerazione del tempo e sia l’esaltazione della figura di “Carnevalicchio” allo scopo di mantenere la ciclicità rituale. Come ogni tempo di festa c’è la necessità che termini, deve esaurirsi per accedere al nuovo tempo rituale e la Quaresima o “Quaremma” segna la fine del sovvertimento e il ritorno dell’ordine normativo e sociale.
Oggi ha ancora senso il ciclo del tempo rituale? L’eccesso del carnevale e le maschere allegoriche trovano spazio nella liquidità del mondo (citando Baumann, che ci ha lasciato da poco), nella mutevolezza del presente e nell’instabilità, perché le ragioni profonde mostrate attraverso l’universo simbolico svolgono ancora una funzione necessaria, utile a ribadire l’ordine e i ruoli sociali. Il carnevale si classifica come un “revival del tempo identitario” e dell’appartenenza al proprio gruppo. Ciò anche in funzione del turismo. Con lo sviluppo turistico dei territori della Basilicata si è rigenerato il bisogno di narrare un patrimonio e di raccontare la propria identità, di avere un appeal turistico. Un mutamento, questo, che incrementa la funzione propria del carnevale e del tempo ciclico. Una tradizione che si innova per sopravvivere e per acquisire più forza e legittimità, un giocare con il passato e il presente come il tempo di Eraclito che è un eterno divenire.
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