Per le tavole delle Comunità Ospitali lucane

di | luglio 15, 2017

Ho scoperto da poco che la Basilicata ha sette Comunità Ospitali, ovvero paesi che aderiscono alla rete di 240 territori che si caratterizzano per la capacità di coniugare identità e innovazione, coesione sociale e competitività, corretto utilizzo delle tecnologie e sviluppo sostenibile.

Le Comunità Ospitali lucane sono: Aliano, Garaguso, Grottole, Moliterno, Rotondella, San Mauro Forte, Satriano di Lucania. Tutte le comunità che ne fanno parte scommettono su un futuro che non produce rifiuti, non consuma suolo, ha una mobilità “dolce” e accoglie il visitatore facendolo sentire parte integrante del vissuto locale.

E, per sentirsi davvero “a casa”, bisogna mangiare quel che si mangia quotidianamente nel luogo-destinazione. Partiamo dal luogo in cui Cristo non è arrivato ma ci sono tutti “cristiani”, come scrive Carlo Levi: Gagliano, ovvero Aliano. I suoi calanchi d’argento sotto la luna e i suoi paesaggi da Dakota sotto il sole si sposano benissimo con i Cazztell (la pasta fatta in casa cavata col solo pollice e condita con pomodoro fresco e basilico) di giorno e con la Capuzzella raganat’ (testa di capra ripiena di cervello e uovo e cotta nel coccio).

Può sembrare pesante e, forse, un po’ lugubre, ma è ottima soprattutto se gustata nelle famose case con gli occhi, case dal volto umano. Per digerire si può andare a guardare le stelle alla Fossa del Bersagliere, quella in cui, secondo la leggenda, precipitò un bersagliere piemontese che, dopo esser stato accolto e rifocillato, si permise di molestare le donne di Aliano.

Non può mancare una visita alla Casa di Carlo Levi, alla pinacoteca che conserva i suoi dipinti e, soprattutto, alla sua tomba: in piena conformità all’essenzialità della morte ebraica, è fatta di due semplici file di mattoni che portano al punto preciso in cui lo scrittore usava guardare l’orizzonte e il Pollino che lo domina. Commoventi sono tutte le piccole pietre che omaggiano la culla eterna che ospita il loro illustre “concittadino”. Dai calanchi ci spostiamo e ci affacciamo sul “balcone dello Jonio”, l’antica Rotunda Maris, Rotondella.


di Raffaella Femia

Tra calanchi, immense distese di campi e le sponde del mare che la guardano bisogna assolutamente gustare la delicata “pera signora” e le conserve da essa derivate. Un presidio Slow Food che deve il nome alla grazia e alla bellezza di questo rarissimo frutto presente solo qui. Passeggiando per il borgo ci si deve assolutamente armare di una fonte energetica quale u pastizz rutunnar, un calzone che sembra una semiluna ripiena di carne, formaggio, pepe, sale e olio extravergine.

Dopo aver visitato la chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie e ammirato le statue lignee della Madonna delle Grazie e di Sant’Antonio, bisogna assolutamente assaggiare il salame di Rotondella: l’unica lucanica aromatizzata dal coriandolo anziché dal classico finocchietto selvatico. Per dessert si potrebbe fare un salto al sito archeologico del Monte Coppolo, dove ci sarebbe quel che resta dell’antica città di Lagaria, non senza premiarsi con un sospiro, soffice e delizioso dolce ripieno di crema.

Dopo i calanchi e la vista del mare, addentriamoci nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano per riempire lo sguardo dei molteplici colori dei murales di Satriano, il cui protagonista assoluto è u rumit: la maschera antropologica satrianese che sembra essere l’erede legittimo del Green Man celtico, propiziatorio e silenzioso, è vestita solo di foglie e, a Carnevale, la si vede aggirarsi per le strade. Il suo è un messaggio ancora da decifrare, ma sicuramente, oltre a denunciare l’atavico male dell’emigrazione locale, è un essere intimamente legato alla natura e al suo rispetto.

Per apprezzare ancor meglio il racconto del luogo bisogna impreziosirlo con l’infernale peperoncino di Satriano, sede anche dell’Accademia lucana dell’amata spezia, semmai con qualche scaglia nella pizz chien che il nome stesso ben descrive: una focaccia ripiena di formaggio, uova e salame. Sempre nel Parco, troviamo la Comunità Ospitale di Moliterno. Un borgo regale: ti accoglie subito l’imponenza della torre longobarda e il castello normanno.

E regale è il suo tesoro più grande: il canestrato di Moliterno, un formaggio a pasta dura la cui cagliata viene pressata a mano all’interno di canestri di giunco (da cui il nome) e fatto stagionare nei tradizionali fondaci. Un IGP che evolve dal dolce e delicato fino a un accentuato gusto piccante… Uno dei formaggi più buoni d’Italia e fra i più antichi.

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