Serbatoio d’Italia, tra acqua e siccità

di | novembre 6, 2017

In un racconto poco limpido quello che c’è da sapere sull’acqua della Basilicata

 

“Siamo ricchi d’acqua in Basilicata” è un luogo comune, “l’acqua in Basilicata è ormai contaminata” è un luogo comune più recente, ma chi ha ragione? Tutti e due, e perché? Siamo il serbatoio idrico della Puglia, abbiamo riserve naturali che sull’acqua basano la loro biodiversità, abbiamo invasi tra i più grandi d’Europa, grazie ai nostri fiumi fertili pianure sono oggi il nostro bacino agricolo, e poi le nostre acque minerali girano per l’Italia con marchi commercialmente consolidati.

Dall’altro lato non ci siamo mai dati, come la UE chiede, un piano di tutela delle acque, sia superficiali che di falda, abbiamo lasciato grandi bacini idrici in preda all’industria e all’agricoltura intensiva, praticamente l’acqua l’abbiamo solo sfruttata ma mai difesa e studiata, infatti oggi i petrolieri ci dicono che le contaminazioni sono “naturali”, forti di una regione che non ha mai fatto una fotografia della qualità dell’acqua prima degli impatti (punto zero – bianco ambientale).

Alcune settimane fa il Ministero della Salute ha ritirato alcuni lotti di un’acqua minerale lucana, eppure le aziende dovrebbero autocontrollarsi e bloccare da sole le anomalie, e invece dentro c’era un batterio tossico per l’uomo che ormai in Basilicata ogni anno fa parlare di sé per la presenza nell’acqua potabile e nelle fontane pubbliche. Invasi come la Camastra o Monte Cotugno non hanno sul sito dell’ARPAB una sola analisi pubblicata, il Pertusillo sarebbe da bonificare ma in Italia queste emergenze non devono essere riconosciute, e non abbiamo ancora un serio ed esteso monitoraggio della presenza dei fitofarmaci nelle aree agricole regionali.

Idem per l’acqua irrigua: chi ne conosce la qualità? Eni paga l’acqua meno rispetto ad alcune fasce tariffarie previste per l’agricoltura, probabilmente in alcuni punti della regione perdiamo oltre il 50% dell’acqua immessa in rete e non sappiamo in che stato operino i lavoratori di analisi di Acquedotto Lucano che sempre per un altro luogo comune pare che “distribuisca meglio le occasioni di lavoro dell’acqua” grazie alle nomine dirette.

Non c’è un portale web che pubblici le analisi complete sulla potabilità, le analisi chimiche delle acque minerali non sono pubblicabili, non conosciamo la qualità media di falde, fiumi e canali e la qualità/quantità di cloro usato per la disinfezione, tematica quest’ultima sulla quale sta indagando la Procura di Bari. Purtroppo anche in Basilicata, per sopperire alla marcescenza della rete idrica, si imbottisce l’acqua di cloro. E questo per quello che riguarda l’acqua dolce…

Le nostre coste invece, nonostante la certificata balneabilità da “vele e bandiere” di ogni colore e forma e di dubbia provenienza, ricevono gli impatti di fiumi e canali ormai carenti di vita e ricettori finali di impatti civili, industriali e agricolo-zootecnici. Abbiamo il Basento, tra i fiumi più compromessi d’Italia, che sfocia nel centro del nostro turismo e stranamente solo a fine stagione qualcuno si accorge che i locali depuratori non funzionano bene.

Mai studiati i sedimenti marino-costieri o delle foci, le idrovore quando aperte sversano a mare ogni ben di Dio e solo adesso qualche sindaco inizia ad applicare la legge della non balneabilità presso le foci, il tutto mentre a Rotondella si continua a scaricare in mare l’acqua del centro nucleare dell’ITREC. All’attento ma ignaro lettore, la Basilicata descritta così può sembrare una regione enorme, invece in 10.000 Kmq siamo riusciti a infilarci dentro di tutto: discariche sanzionate dalla UE, inceneritori, cementifici, oltre 400 pozzi minerari scavati, petrolio, centri di trattamento reflui industriali, due SIN e un centro nucleare, il tutto fregandocene altamente della nostra grande ricchezza idrica, minacciata quest’anno anche da una siccità senza precedenti.

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